Sono le sette del mattino, giovedì dodici novembre duemilanove. Venti anni, due giorni e qualche ora fa è caduto il muro di Berlino. Il mondo ricorda quell'evento. Il venticinque dicembre il mondo ricorda la nascita di Gesù bambino. Il ventisette gennaio la scoperta di Auschwitz. Apparentemente, il mondo sa cosa ricordare e non si dimentica di farlo. Secondo alcuni quello che ho chiamato mondo sono le persone, secondo altri sono gli stati, secondo altri sono le multinazionali. Alcuni hanno già detto che il mondo siamo noi. Altri hanno già detto che, in realtà, ogni definizione di mondo è per qualcuno e per qualche scopo. Di fronte a questi 'detto' certi hanno concluso che, dei due, o l'uomo o il dire sono di troppo. In post scriptum qualcuno ha aggiunto che anche questo era già stato detto. Di fronte a ciò, mi sento come detto da qualcuno. Vorrei aggiungere qualcosa: naturalmente già detto, ma vale la pena sottolinearlo. Mi sento insoddisfatto. Non proverò certo a fornirne le ragioni perché sull'argomento si sono sprecate montagne di parole. Non proverò a capire cosa dovrei farci perché le biblioteche sono piene di idee a riguardo. Mi chiederei come ci si sente se non sapessi che c'è chi lo ha spiegato meglio. A questo punto posso citare quelli che hanno affermato: sono bloccato.
Accade una cosa strana. Mi alzo e vado in bagno. Quando torno, come i libri di scienza illustrano, mi sento meglio. Ma faccio di più. Alzo la temperatura del termosifone. Immagino addirittura che tra poco sarà ora di colazione e che, tornando dalla cucina con una tazza di caffè apprezzerò lo sciogliersi degli zuccheri nel sangue e il loro effetto stimolante sulle cellule del cervello. Quali alternative esistono, dopotutto? Le prescrizioni in materia non mancano, ma, come hanno detto, sembra difficile seguire idee che vanno contro il proprio stomaco. A questo punto qualcosa è cambiato. Alzatomi per andare al bagno, sono tornato materialista.
Come detto dagli scienziati, esistono bisogni dai quali non possiamo prescindere se vogliamo sopravvivere. Questo però non vuol dire che i bisogni significhino qualcosa. Qualcuno, a riguardo, ha detto che l’esistenza precede l’essenza. Significa che non c’è nulla che nasca con attaccato l’etichetta in cui è ne prescritto l’uso. I bisogni sono ciò che le persone ne fanno. I nostri bisogni diventano ciò che impariamo a farli essere. Da un lato esiste il mondo: nudo, senza parole, senza significati, le cose per come esistono indipendente dal vocabolario che usiamo per descriverle. Dall’altro esiste la realtà sociale: il mondo vestito di parole, carico di significati, il vocabolario attraverso cui leggiamo le cose che ci circondano. Esiste un oceano si parole su come i due mondi interagiscano e su come sia possibile la loro esistenza. Per adesso non mi interessa parlare di queste posizioni, mi interessa solo l’idea che sta alla base di tutto: non è detto che la realtà che vediamo sia necessariamente così. Potrebbe anche non esserlo. Quella che vediamo è una realtà non necessaria, nessuno le ha imposto quei significati per sempre. Esiste il coltello, quello esterno, indipendente da noi ed esistono i suoi significati, a partire dall’immagine con cui entra nella nostra mente: tagliente, strumento per tagliare la carne, arma per uccidere. Il coltello potrebbe anche essere un nuovo tipo di cappello, se qualche etichetta lo lanciasse come moda. Pensare al coltello è un esempio per agganciare il centro dell’argomento. La nostra realtà è talmente quotidiana, prevedibile, automatica, da farci dimenticare che siamo noi a crearla. Potrebbe anche essere diversa. Ne potrebbero esistere infinite altre. Ciò non significa che basta mettersi un coltello in testa per farlo diventare un copricapo. I significati sono radicati tra le persone. Cambiarli non è facile. I significati sono come un sentiero in un campo di erba alta. Al punto zero c’è solo erba alta. Poi arriva una prima persona che vuole attraversare il campo, allora cerca il modo migliore per farlo. Arranca e si graffia con le spine, ma alla fine arriva dall’altra parte. Poi arriva una seconda persona che deve fare lo stesso. Vede che c’è già una traccia e prova a seguirla. Magari cambia qualche tratto del sentiero, si graffia un po’ meno e arriva dall’altra parte. Poi ne arriva una terza, una quarta e così via. Dopo duemila anni quel sentiero è diventato un’autostrada. Mettersi un coltello in testa al giorno d’oggi è come voler camminare sulle mani da Milano a Bologna passando attraverso i campi di granoturco. E’ praticamente impossibile che qualcuno ti segua. A meno che l’autostrada non inizi a essere un percorso problematico. Allora le persone inizieranno a uscire dall’autostrada e cercheranno nuove strade, come quando c’è la colonna.
Io sono insoddisfatto. Immagino che ci siano dei motivi esistenziali in ciò, ma non nego che la realtà in cui vivo, con i significati che ha, contribuisca a tale insoddisfazione. Non vuol dire che il sistema fa schifo ed è da buttare. Non vuol dire che voglio mettermi a camminare sulle mani. Vuol dire che l’autostrada in cui ci siamo immessi sembra mostrare dei problemi. I problemi sono la contraddittorietà, l’incoerenza dei significati. Uno sopra tutti: l’ambiente. Lo stile di vita che abbiamo, noi, oggi, non è sostenibile dalla popolazione mondiale. Non è sostenibile per l’ambiente perché significa distruzione. Iniziamo a sospettare che presto non sarà più sostenibile neanche per noi. I significati contraddittori sono nei discorsi sull’ambiente. Gli stati ad economia avanzata ammettono il diritto allo sviluppo e all’eguaglianza su scala globale, ma, in vista del summit sul clima di Copenhagen, propongono di contenere i processi di industrializzazione delle economie emergenti perché aumentano i gas serra. Le economie emergenti cercano di imitare il modello di sviluppo occidentale, ma ciò include anche gli aspetti negativi di quel modello: l’inquinamento. Noi siamo tra i maggiori produttori mondiali di gas serra. Per sostenere le nostre economie siamo costretti a inquinare. Gli altri, perché non arrivino a inquinare come noi devono frenare l’economia. Si dice che tutti gli stati devono contribuire alla lotta per ridurre l’inquinamento, ma ridurre le emissioni con proporzioni simili permette agli stati avanzati di aggiudicarsi la fetta più grande di inquinamento, significa rivendicare il diritto ad inquinare più degli altri. E’ questa una forma di eguaglianza o di uguale accesso allo sviluppo per tutti?
Ho l’impressione che molte altre persone siano insoddisfatte. Il problema è che abbiamo una forte dipendenza da percorso. Siamo seduti nelle nostre macchine immesse in una colonna che procede sempre più lentamente. Vale la pena uscire dall’autostrada? Non si può dire. Che garanzie danno gli altri percorsi? Dopotutto l’autostrada ci ha portato fino a qui, ci nutre, ci ha dato i diritti che abbiamo oggi, ci permette di andare dove vogliamo. Non sono cose da poco. Però ci sono dei problemi. Non sono problemi creati da qualche cattivo che governa il mondo per farci essere tristi, perché lui gode nel vederci soffrire. Non è colpa delle multinazionali. Non è colpa di Berlusconi. Non più di quanto non sia colpa nostra. Qualcuno ha detto che esistono tre tipi di violenza. C’è la violenza diretta, quella che vedono tutti. C’è la violenza strutturale, cioè l’insieme di condizioni che portano alla violenza diretta. Poi c’è la violenza culturale che è quella che porta le persone a considerare normale la violenza diretta e a legittimare quella strutturale. Siamo tutti parte di un'unica realtà e dei suoi problemi: noi, Berlusconi e le multinazionali. Si dirà che la differenza è la volontarietà. C’è chi lo fa apposta (Berlusconi e le multinazionali) e chi invece non lo sapeva o è costretto. Fa qualche differenza? L’uomo qualunque (ignaro o costretto) può rivendicare una coscienza più pulita solo perché autorizza qualcuno a fare il lavoro sporco per lui?
La mia proposta non è di intraprendere grandi azioni di rivolta. Io non so nulla di questo mondo. L’unica cosa di cui sono abbastanza certo è che non necessariamente le cose devono andare come vanno. Potrebbero andare meglio. Potrebbero andare peggio. Non ci è dato saperlo. Questo significa che non credo né nell’ottimismo né nel pessimismo che dicono che le cose andranno meglio o peggio. Però ho speranza che l’uomo possa migliorare. Migliorare non implica nulla di assoluto, è un termine relativo. Vuol dire che la ferita che ieri faceva male oggi fa un po’ meno male. Da questo punto di vista tutti hanno un po’ di speranza, voglia di vivere anche domani perché potrebbe essere una giornata migliore. Io conto sulla possibilità dell’uomo di influenzare quel piccolo miglioramento. Come? Qualcuno ha detto si deve essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo. Vuol dire che per cambiare la realtà dobbiamo partire da noi stessi. Vuole anche dire che, in fondo, non esiste differenza tra mezzi e fine. Ogni mezzo è un fine in se stesso. Noi, i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni siamo il mezzo ma siamo anche il fine. Noi possiamo essere il più grande cambiamento per noi stessi. Cambiando noi stessi possiamo cambiare la realtà in cui viviamo per farla diventare un mezzo e un fine. Di per sé non è complicato, è un cambiamento interno che si riflette nella realtà. Noi, oggi, siamo la realtà di cui sentiamo insoddisfazione. Non è l’unica. Non siamo unici. La realtà è quella che vediamo attraverso il filtro dei significati che viviamo. Ne esistono infinite altre che vanno oltre i significati attuali e che si trovano nel mondo nudo in cui nuovi significati sono da costruire. I significati della nostra realtà hanno mostrato la loro limitatezza; noi possiamo creare un nuovo vocabolario, nuove idee, nuove azioni, una nuova realtà. Non è difficile. Possiamo farlo, basta iniziare. Possiamo iniziare da qui.
