Oggi sono andato a correre con jonny e manzo.
Quando siamo tornati, al palazzetto c'erano i miei vecchi compagni di basket che stavano giocando 3 contro 3 a metà campo.
Allora visto che c'era una palla disponibile l'ho presa e mi sono messo a fare due palleggi, pensando che sarà stato da almeno un anno che non ne toccavo una.
Poi ho pensato che prima di andare via potevo almeno fare due tiri nel canestro libero e che forse era da un po' che ne avevo voglia.
Devi sapere che io sono sempre stato un tiratore squallido quando giocavo, cioè, potevo difendere, penetrare, andare in contropiede, a rimbalzo, ma ogni volta che tiravo usciva qualcosa di brutto dalle mie mani e in più spesso non la mettevo.
Sono andato verso il canestro palleggiando poi mi sono fermato, ho piegato le ginocchia e ho fatto un tiro così, come mi veniva. Dopo un anno che non tiravo a canestro.
Ha preso il ferro dietro e poi è uscita.
L'ho guardata rimbalzare poi le sono corso incontro, l'ho ripresa tra le mani e ho sentito i pallini di gomma antiscivolo delle palle da esterno premermi contro le dita e contro il palmo della mano.
Mi sono detto che forse non avevo piegato bene il polso destro.
Allora ho fatto altri due palleggi e al secondo la palla stava per scivolarmi via. Mi sono allungato per riprenderla, ho fatto un altro palleggio poi ho piegato di nuovo le ginocchia e ho tirato, cercando di piegare il polso come mi avevano insegnato.
Stavo pensando a questo e a nient'altro.
Che forse avrei dovuto piegare un po' di più il polso per fare entrare dentro la palla.
Dietro di me c'erano gli altri che correvano e che si chiamavano i blocchi come qualche anno fa, con la luce delle sette di sera al campetto d'estate, quando era importante metterla dentro per far capire chi eri.
Ha scodellato e poi è uscita di nuovo.
Quindi sono andato sotto canestro per fare un tiro da vicino e per migliorare la tecnica, solo che è uscito anche quello.
Allora ho pensato che se fosse successo qualche anno fa mi sarei vergognato a morte e mi sarei incazzato perchè non si può sbagliare un tiro da sotto o non sei un giocatore di basket.
Allora ho sentito le mie budella rivivere cinque anni di vita, ripercorrere in un attimo tutto quello che c'è stato in mezzo e poi mi si è creata una grande calma dentro.
Ho corricchiato verso la palla, ho pensato che forse avrei dovuto tenere più ferma la mano sinistra e muovere solo la destra, spezzando meglio il polso, l'ho presa, ho fatto un cambio di direzione e ho tirato, è uscita di nuovo e non ha toccato neanche il ferro.
Gli altri continuavano a giocare. Ho lasciato che facesse qualche rimbalzo e poi l'ho ripresa e ho continuato a tirare.
The negro man with the fling
mercoledì
giovedì
Er Revengge
-Clara, passame a Bredd Pit
-Ancò?
-Sì, ancò. Me piace a Bredd Pit
-Comunque hacci sbagliato a scrivvé querr essemmesse a lo Mark
-Ecchè?
-Sì. Secondo me invecce de ascrivere “se te va ce possiamo arvedere” ce dovevi ascrivere “appresto”
-Ecchè? Sono astata troppo espliccita? Forse che potevo scrivere solo “ci possiamo arvedere appresto”
-Senza er “se ti va”
-Eccerto, è chiaro che mo glie va… entanto passame a Bredd Pit
-Mo teo porto
-Anze no, me so stracciata li coglioni de a Bredd Pit… dammi er Negro Anonimo
-Er Negro? Te farà male er Negro
-Tiova Clara
-Che maiala
-Dai passami il binocolo
-Aspetta
-Non ci vedo un cazzo da così lontano, passami il binocolo
-Dopo dallo anche a me
-Oh, la volete smettere di rompere i coglioni? È stata una mia idea quella del binocolo
-Diova il binocolo
-Sì, a Clara, sì, er Negro Anonimo, oh, mo vegni qui anche tu
-Vegno da sola?
-Portate anche a Silvestro Stellone
-Silvestro Stellone, ammazza oh che figo. Mo te sbatto Roki su pel culo
-Sbattemelo Cla! Sbattemelo
-No, anche quello no?
-Cosa, cosa?
-L’amica, quella con i capelli tinti di biondo e due bocce così
-La maiala
-Ziocan le maiale
-Cosa fa, cosa fa?
-Passami il binocolo, egoista
-Col cazzo
-Almeno dicci cosa fa
-Ha preso l’altro vibratore
-Quello nero non gli bastava?
-Tiova quello nero
Killer Toad
(p.s. Siae a Raimondo per il Tiova)
-Ancò?
-Sì, ancò. Me piace a Bredd Pit
-Comunque hacci sbagliato a scrivvé querr essemmesse a lo Mark
-Ecchè?
-Sì. Secondo me invecce de ascrivere “se te va ce possiamo arvedere” ce dovevi ascrivere “appresto”
-Ecchè? Sono astata troppo espliccita? Forse che potevo scrivere solo “ci possiamo arvedere appresto”
-Senza er “se ti va”
-Eccerto, è chiaro che mo glie va… entanto passame a Bredd Pit
-Mo teo porto
-Anze no, me so stracciata li coglioni de a Bredd Pit… dammi er Negro Anonimo
-Er Negro? Te farà male er Negro
-Tiova Clara
-Che maiala
-Dai passami il binocolo
-Aspetta
-Non ci vedo un cazzo da così lontano, passami il binocolo
-Dopo dallo anche a me
-Oh, la volete smettere di rompere i coglioni? È stata una mia idea quella del binocolo
-Diova il binocolo
-Sì, a Clara, sì, er Negro Anonimo, oh, mo vegni qui anche tu
-Vegno da sola?
-Portate anche a Silvestro Stellone
-Silvestro Stellone, ammazza oh che figo. Mo te sbatto Roki su pel culo
-Sbattemelo Cla! Sbattemelo
-No, anche quello no?
-Cosa, cosa?
-L’amica, quella con i capelli tinti di biondo e due bocce così
-La maiala
-Ziocan le maiale
-Cosa fa, cosa fa?
-Passami il binocolo, egoista
-Col cazzo
-Almeno dicci cosa fa
-Ha preso l’altro vibratore
-Quello nero non gli bastava?
-Tiova quello nero
Killer Toad
(p.s. Siae a Raimondo per il Tiova)
sabato
Mother & Son*
Ci sono 25 minuti di ritardo al momento
Bene, dimmi poi quando parti
Dio caneeee
Piantala! La prossima volta cerca di partire con quello prima
Dio puttana di dio
Non hai altro da dire? Parla con qualche ragazza
Dio porc. Con chi dio merda?
Quelle di ieri sera. Mettila sulla pietà magari funziona
Dio can. Cmq dì a IB che sarà meglio che non la incontri in giro
Vai avanti ancora con lei? Ma piantala e non pensarci più che non va bene per te
35 minuti. Non va bene nessuno per me. Forse non vado bene io.
Sei troppo individualista ed egocentrico devi lasciarti andare un po' il mondo non gira solo come pensi tu le donne sono complicate vogliono avere sempre l' idea di decidere tutto loro non puoi sempre criticare tutto
Ok
Cmq ne possiamo parlare quando torni
Non torno
Marin Faliero
* Con il nuovo decreto sulle intercettazioni nessuno sarebbe venuto a conoscenza di tale fattispecie
Bene, dimmi poi quando parti
Dio caneeee
Piantala! La prossima volta cerca di partire con quello prima
Dio puttana di dio
Non hai altro da dire? Parla con qualche ragazza
Dio porc. Con chi dio merda?
Quelle di ieri sera. Mettila sulla pietà magari funziona
Dio can. Cmq dì a IB che sarà meglio che non la incontri in giro
Vai avanti ancora con lei? Ma piantala e non pensarci più che non va bene per te
35 minuti. Non va bene nessuno per me. Forse non vado bene io.
Sei troppo individualista ed egocentrico devi lasciarti andare un po' il mondo non gira solo come pensi tu le donne sono complicate vogliono avere sempre l' idea di decidere tutto loro non puoi sempre criticare tutto
Ok
Cmq ne possiamo parlare quando torni
Non torno
Marin Faliero
* Con il nuovo decreto sulle intercettazioni nessuno sarebbe venuto a conoscenza di tale fattispecie
martedì
your skull is red
-vieni a vedere, gli ho spezzato un'ala.
-come si fa a spezzare l'ala a una mosca?
-no, infatti gliel'ho strappata, e adesso gli strappo l'altra.
-diocan se rompi i coglioni jonny.
-povera mosca.
-povera mosca!? devono morire tutte, a cosa servono gli insetti? a dar da mangiare ai piccioni e ai topi. che muoiano.
-prima o poi si vendicheranno su di te, filo. oppure sarò io a vendicarmi sui tuoi gatti.
-fai pure. peggio per loro. ha! guardala! è diventato un fottuto insetto da terra. cammina, puttana. adesso la schiaccio.
-dov'è? dov'è? ha è lì! guardala!
-casoli le avrebbe tolto pure le zampe.
-diocan casoli.
-adesso gliele strappo io. dov'è? vieni qua!
-no filo.
-la faccio diventare un lombrico poi l'annego.
-oh romi! e l'insetto che prima ti camminava sulla mano sott'acqua?
-dio va. c'era questo insetto
-ma era un insetto qualunque o era una formica regina?
-no perchè vedi, le formiche regina sono più grosse e hanno le ali.Però in questo periodo piove molto, quindi le formiche sono disorientate perchè pensano che sia già autunno, che è la stagione in cui si riproducono. Quindi escono dai formicai per accoppiarsi in volo e formare delle nuove colonie. Naturalmente, dopo l'accoppiamento, i maschi muoiono. Vedi, quando io avrò la mia teca con le mie due colonie separate tra di loro, questa velleità di riprodursi non avrà senso, quindi sarò costretto a decimarle di volta in volta con stratagemmi macchinosi. Ad esempio potrei levare il vetro che separa le due colonie e lasciare che si massacrino a vicenda, oppure simulare intemperie atmosferiche come alluvioni o pioggia di macigni. Alla fine sarò il loro dio.
-io mi diverto di più a strappare gli arti di questa mosca.
-la dali e la giuli non vengono?
-sono con i loro nouvi amici.
-sono a farselo dare nel culo da bonch.
-tiovah bonch.
-chi è bonch, signori?
-uno sfigato.
-e perchè la dali e la giuli non escono più con noi, ma se lo fanno dare da uno sfigato?
-oh vieni a vedere non ci ha più neanche le zampe.
-hah. è diventata una palla.
-era inevitabile che accadesse, lo sapevi anche tu sciatz.
-si, ma per me è stato diverso, non ho visto le cose cambiare.
-le cose erano già cambiate da prima che tu partissi.
-dai filo, finisci quella cazzo di mosca.
-aspetta, mi sto divertendo.
-oh ma dimmi come è andata a lione.
-è andata bene.
-insomma, figa?
-sì, beh, le francesi sono diverse. Cioè, le relazioni sono molto più paritarie: sono finito in mezzo a una manifestazione dove c'erano quasi più ragazze che ragazzi, o, almeno, le ragazze si sentivano di più. Poi non c'è la dimensione italo-mafiosa del possesso della ragazza; ad esempio, se una ragazza è fidanzata ed esce spesso con un amico, nessuno pensa che sia una cosa strana. Credo che il movimento sessantottino sia stato molto importante per l'emancipazione femminile e per l'eguaglianza dei sessi. E poi ho mangiato il khat, che è una pianta che cresce in etiopia che ha effetti stimolanti dal punto di vista neuronale: ti danno un arbusto e tu devi staccare le foglie e masticarle accumulandole in una guancia.
-ma, insomma, figa?
-un fallimento completo.
-beh. comunque se la tua ragazza uscisse con scrolla non so se saresti molto contento. Anche se sei francese.
-fossi, jonny.
-no, perchè?
-anche se fossi francese
-si l'ho capito, ma tu devi tacere perchè scrolla se la scopa per davvero la tua ragazza.
-hahaha. scrolla.
-diocan scrolla.
-scrolla, gli farei fare la fine di questa mosca. toh!
-guarda come si muove lì per terra.
-oh te lo immagini? scrolla nudo che farcisce la tua ragazza e che in più le mette un dito nel culo. Così. Plop. Diova. credo, credo che mi ammazzerei. ma prima ucciderei loro due, con la katana. Sai, vai sopra al letto la alzi così e poi ha! Li infilzi come se fossero burro. Però, a parte tutto, godono davvero se gli infili un dito su per il culo. Ero con questa figa e ad un certo punto la chiama sua madre e le fa -lei mi faceva sentire mentre le parlava- le fa "allora avete già sfondato il letto?". E io la guardavo e ridevo haha. Peso se tua madre ti fa una telefonata del genere. Alla fine lo sapeva anche lei che ero lì nella sua casa a scoparmi sua figlia.
-tieni, guarda, scopati questa mosca.
-tiovah, il moncherino.
-adesso vedi che fine fa. stai ferma. guarda guarda. voola!
Quincey Morris
-come si fa a spezzare l'ala a una mosca?
-no, infatti gliel'ho strappata, e adesso gli strappo l'altra.
-diocan se rompi i coglioni jonny.
-povera mosca.
-povera mosca!? devono morire tutte, a cosa servono gli insetti? a dar da mangiare ai piccioni e ai topi. che muoiano.
-prima o poi si vendicheranno su di te, filo. oppure sarò io a vendicarmi sui tuoi gatti.
-fai pure. peggio per loro. ha! guardala! è diventato un fottuto insetto da terra. cammina, puttana. adesso la schiaccio.
-dov'è? dov'è? ha è lì! guardala!
-casoli le avrebbe tolto pure le zampe.
-diocan casoli.
-adesso gliele strappo io. dov'è? vieni qua!
-no filo.
-la faccio diventare un lombrico poi l'annego.
-oh romi! e l'insetto che prima ti camminava sulla mano sott'acqua?
-dio va. c'era questo insetto
-ma era un insetto qualunque o era una formica regina?
-no perchè vedi, le formiche regina sono più grosse e hanno le ali.Però in questo periodo piove molto, quindi le formiche sono disorientate perchè pensano che sia già autunno, che è la stagione in cui si riproducono. Quindi escono dai formicai per accoppiarsi in volo e formare delle nuove colonie. Naturalmente, dopo l'accoppiamento, i maschi muoiono. Vedi, quando io avrò la mia teca con le mie due colonie separate tra di loro, questa velleità di riprodursi non avrà senso, quindi sarò costretto a decimarle di volta in volta con stratagemmi macchinosi. Ad esempio potrei levare il vetro che separa le due colonie e lasciare che si massacrino a vicenda, oppure simulare intemperie atmosferiche come alluvioni o pioggia di macigni. Alla fine sarò il loro dio.
-io mi diverto di più a strappare gli arti di questa mosca.
-la dali e la giuli non vengono?
-sono con i loro nouvi amici.
-sono a farselo dare nel culo da bonch.
-tiovah bonch.
-chi è bonch, signori?
-uno sfigato.
-e perchè la dali e la giuli non escono più con noi, ma se lo fanno dare da uno sfigato?
-oh vieni a vedere non ci ha più neanche le zampe.
-hah. è diventata una palla.
-era inevitabile che accadesse, lo sapevi anche tu sciatz.
-si, ma per me è stato diverso, non ho visto le cose cambiare.
-le cose erano già cambiate da prima che tu partissi.
-dai filo, finisci quella cazzo di mosca.
-aspetta, mi sto divertendo.
-oh ma dimmi come è andata a lione.
-è andata bene.
-insomma, figa?
-sì, beh, le francesi sono diverse. Cioè, le relazioni sono molto più paritarie: sono finito in mezzo a una manifestazione dove c'erano quasi più ragazze che ragazzi, o, almeno, le ragazze si sentivano di più. Poi non c'è la dimensione italo-mafiosa del possesso della ragazza; ad esempio, se una ragazza è fidanzata ed esce spesso con un amico, nessuno pensa che sia una cosa strana. Credo che il movimento sessantottino sia stato molto importante per l'emancipazione femminile e per l'eguaglianza dei sessi. E poi ho mangiato il khat, che è una pianta che cresce in etiopia che ha effetti stimolanti dal punto di vista neuronale: ti danno un arbusto e tu devi staccare le foglie e masticarle accumulandole in una guancia.
-ma, insomma, figa?
-un fallimento completo.
-beh. comunque se la tua ragazza uscisse con scrolla non so se saresti molto contento. Anche se sei francese.
-fossi, jonny.
-no, perchè?
-anche se fossi francese
-si l'ho capito, ma tu devi tacere perchè scrolla se la scopa per davvero la tua ragazza.
-hahaha. scrolla.
-diocan scrolla.
-scrolla, gli farei fare la fine di questa mosca. toh!
-guarda come si muove lì per terra.
-oh te lo immagini? scrolla nudo che farcisce la tua ragazza e che in più le mette un dito nel culo. Così. Plop. Diova. credo, credo che mi ammazzerei. ma prima ucciderei loro due, con la katana. Sai, vai sopra al letto la alzi così e poi ha! Li infilzi come se fossero burro. Però, a parte tutto, godono davvero se gli infili un dito su per il culo. Ero con questa figa e ad un certo punto la chiama sua madre e le fa -lei mi faceva sentire mentre le parlava- le fa "allora avete già sfondato il letto?". E io la guardavo e ridevo haha. Peso se tua madre ti fa una telefonata del genere. Alla fine lo sapeva anche lei che ero lì nella sua casa a scoparmi sua figlia.
-tieni, guarda, scopati questa mosca.
-tiovah, il moncherino.
-adesso vedi che fine fa. stai ferma. guarda guarda. voola!
Quincey Morris
venerdì
Mucche. [Take Two]
La plastica appoggiata al mio orecchio iniziava a scaldarsi, a diventare appiccicosa. Ancora pochi minuti e si sarebbe sciolta nella mia mano, ricoprendo la voce ruvida dall'altra parte, gocciolando sul pavimento. Sentivo già il suo odore acre, pungente come amoniaca, mischiarsi con il nulla di quella mattina surreale.
Parlava a nome dell'Internazionale delle Mucche. Voleva una cosa che mi apparteneva. Serviva un accordo. Provai a ripetermi nella testa queste parole, nel tentativo di tirarne fuori un senso, un appiglio, ma era del tutto inutile. Non sapevo cosa pensare. Rimasi in silenzio, con nell'orecchio quella strana interferenza, simile ad un respiro metallico. Nessuno disse nulla.
-Se non le dispiace preferirei continuare questa conversazione di persona. Sono abituato a trattare gli affari in condizioni più intime, e sono sicuro lei la pensi allo stesso modo. Una macchina la passerà a prendere tra pochi minuti, ma faccia pure con comodo. Aspetterà tutto il tempo necessario. A presto.
A questo punto la voce svanì, insieme al sottofondo che la accompagnava. Al loro posto il bip-bip della linea vuota si susseguiva regolare. Aspettai alcuni istanti, quindi rimisi la cornetta al suo posto. La maglietta bagnata di sudore si era ormai attaccata alla mia schiena, un sudore tiepido e inodore. Il suono delle cicale era il solo rumore cha arrivava da fuori. Il mondo era come morto, annegato sotto al caldo denso come nebbia.
Magari era tutto una finzione, una strategia publicitaria per qualche nuovo prodotto pronto ad entrare in commercio. Magari si trattava di un banale scherzo di un gruppo di ragazzini, fumando sigarette e bevendo birra intorno ad un telefono pubblico. Pensai queste cose, ricercando un senso per quella telefonata, per quella voce salita da un buco profondo, ma nonostante ciò sentivo che un'impressione di concretezza attraversava tutta la faccenda. Sentivo che tra poco una macchina si sarebbe fermata sotto casa mia, reale e bollente dal sole. Mi passai le mani sulla faccia, con la barba di un paio di giorni che iniziava a bucare come piccoli spilli. Non sapevo cosa fare. Non sapevo se quella era realmente la mia faccia. Nel suo tappeto d'ombra Mia sembrava dormire, stesa su un fianco, all'oscuro di tutto.
Lasciai passare un pò di tempo, respirando lentamente, senza il minimo movimento. Non avevo nessun impegno per la giornata, l'ufficio sarebbe rimasto chiuso per via di alcuni controlli aziendali, e uscire fuori per una corsa sarebbe stato un suicidio. Sarei dovuto andare a fare le spesa, ma dopotutto non era così urgente. Avevo ancora qualcosa nel frigo, e pensai che sarebbe facilmente bastato fino al giorno seguente. Niente sembrava impedirmi di andare in fondo a tutta quella strana faccenda.
Andai in camera, presi una maglietta pulita, un paio di pantaloni leggeri, e me li infilai. Ad ogni movimento l'aria si faceva più rarefatta, quasi fossi sulla Luna. Dopo essermi buttato dell'acqua fredda sul volto, fissai la mia immagine nello specchio del bagno. Appariva consumata, le guance leggermente infossate, quasi qualcuno la stesse svuotando dall'interno. Velocemente ci passai un asciugamano sopra, quindi tornai nel salotto. Fermo sulla porta osservai il cartone di latte rimasto sul tavolo, la striscia di luce che attraversava il pavimento, Mia addormentata nella solita posizione di prima. Tutto appariva come un quadro, in cui i colori si stiano piano piano sciogliendo, confondendosi tra di loro.
Nel frigo la sola cosa da bere che trovai fu una birra. Era mattina, ma non avevo altre soluzioni. La aprii, lasciando cadere il tappo con un suono metallico sul tavolino davanti al divano. Ne presi un lungo sorso, lasciandola scivolare lungo la gola, fredda come ghiaccio. In pochi istanti mi sentii meglio. Un soffio d'aria calda arrivato chissà da dove mi accarezzò la faccia. Presi un secondo sorso, andando a piccoli passi verso la finestra. Nella luce accecante guardai giù. Una lunga automobile nera era parcheggiata esattamente davanti al mio portone. In mezzo a tutta quella luce pareva una goccia di petrolio sopra un lenzuolo bianco. Intorno non accadeva nulla, nessun movimento. Un attimo dopo qualcuno bussò alla porta.
Sorpresa dal suono improvviso, Mia si svegliò, alzandosi a mettendosi a sedere, come aspettando qualcosa. Passandosi la lingua rosa sul naso mi guardò con aria confusa, quindi si stirò nuovamente. Pochi istanti e sentii bussare ancora. Con passi pesanti andai verso la porta, fermandomici davanti, indeciso su cosa fare. Cosa sarebbe successo se non avessi aperto? Chi era a bussare dall'altra parte? Forse non c'era nessun collegamento tra la telefonata e la macchina ferma in strada, forse era soltanto la consegna della posta. Per un momento ripensai alla voce dall'altra parte della cornetta, reale e solida come una pietra. In un ultimo lungo sorso finii la birra che avevo in mano, quindi aprii la porta.
EH16
Parlava a nome dell'Internazionale delle Mucche. Voleva una cosa che mi apparteneva. Serviva un accordo. Provai a ripetermi nella testa queste parole, nel tentativo di tirarne fuori un senso, un appiglio, ma era del tutto inutile. Non sapevo cosa pensare. Rimasi in silenzio, con nell'orecchio quella strana interferenza, simile ad un respiro metallico. Nessuno disse nulla.
-Se non le dispiace preferirei continuare questa conversazione di persona. Sono abituato a trattare gli affari in condizioni più intime, e sono sicuro lei la pensi allo stesso modo. Una macchina la passerà a prendere tra pochi minuti, ma faccia pure con comodo. Aspetterà tutto il tempo necessario. A presto.
A questo punto la voce svanì, insieme al sottofondo che la accompagnava. Al loro posto il bip-bip della linea vuota si susseguiva regolare. Aspettai alcuni istanti, quindi rimisi la cornetta al suo posto. La maglietta bagnata di sudore si era ormai attaccata alla mia schiena, un sudore tiepido e inodore. Il suono delle cicale era il solo rumore cha arrivava da fuori. Il mondo era come morto, annegato sotto al caldo denso come nebbia.
Magari era tutto una finzione, una strategia publicitaria per qualche nuovo prodotto pronto ad entrare in commercio. Magari si trattava di un banale scherzo di un gruppo di ragazzini, fumando sigarette e bevendo birra intorno ad un telefono pubblico. Pensai queste cose, ricercando un senso per quella telefonata, per quella voce salita da un buco profondo, ma nonostante ciò sentivo che un'impressione di concretezza attraversava tutta la faccenda. Sentivo che tra poco una macchina si sarebbe fermata sotto casa mia, reale e bollente dal sole. Mi passai le mani sulla faccia, con la barba di un paio di giorni che iniziava a bucare come piccoli spilli. Non sapevo cosa fare. Non sapevo se quella era realmente la mia faccia. Nel suo tappeto d'ombra Mia sembrava dormire, stesa su un fianco, all'oscuro di tutto.
Lasciai passare un pò di tempo, respirando lentamente, senza il minimo movimento. Non avevo nessun impegno per la giornata, l'ufficio sarebbe rimasto chiuso per via di alcuni controlli aziendali, e uscire fuori per una corsa sarebbe stato un suicidio. Sarei dovuto andare a fare le spesa, ma dopotutto non era così urgente. Avevo ancora qualcosa nel frigo, e pensai che sarebbe facilmente bastato fino al giorno seguente. Niente sembrava impedirmi di andare in fondo a tutta quella strana faccenda.
Andai in camera, presi una maglietta pulita, un paio di pantaloni leggeri, e me li infilai. Ad ogni movimento l'aria si faceva più rarefatta, quasi fossi sulla Luna. Dopo essermi buttato dell'acqua fredda sul volto, fissai la mia immagine nello specchio del bagno. Appariva consumata, le guance leggermente infossate, quasi qualcuno la stesse svuotando dall'interno. Velocemente ci passai un asciugamano sopra, quindi tornai nel salotto. Fermo sulla porta osservai il cartone di latte rimasto sul tavolo, la striscia di luce che attraversava il pavimento, Mia addormentata nella solita posizione di prima. Tutto appariva come un quadro, in cui i colori si stiano piano piano sciogliendo, confondendosi tra di loro.
Nel frigo la sola cosa da bere che trovai fu una birra. Era mattina, ma non avevo altre soluzioni. La aprii, lasciando cadere il tappo con un suono metallico sul tavolino davanti al divano. Ne presi un lungo sorso, lasciandola scivolare lungo la gola, fredda come ghiaccio. In pochi istanti mi sentii meglio. Un soffio d'aria calda arrivato chissà da dove mi accarezzò la faccia. Presi un secondo sorso, andando a piccoli passi verso la finestra. Nella luce accecante guardai giù. Una lunga automobile nera era parcheggiata esattamente davanti al mio portone. In mezzo a tutta quella luce pareva una goccia di petrolio sopra un lenzuolo bianco. Intorno non accadeva nulla, nessun movimento. Un attimo dopo qualcuno bussò alla porta.
Sorpresa dal suono improvviso, Mia si svegliò, alzandosi a mettendosi a sedere, come aspettando qualcosa. Passandosi la lingua rosa sul naso mi guardò con aria confusa, quindi si stirò nuovamente. Pochi istanti e sentii bussare ancora. Con passi pesanti andai verso la porta, fermandomici davanti, indeciso su cosa fare. Cosa sarebbe successo se non avessi aperto? Chi era a bussare dall'altra parte? Forse non c'era nessun collegamento tra la telefonata e la macchina ferma in strada, forse era soltanto la consegna della posta. Per un momento ripensai alla voce dall'altra parte della cornetta, reale e solida come una pietra. In un ultimo lungo sorso finii la birra che avevo in mano, quindi aprii la porta.
EH16
Mucche. [Take One]
Faceva caldo, un caldo soffocante. Come fosse una pellicola da cucina, sentivo l'aria avvolgermi la pelle, in silenzio. Fuori dalla finestra un vento bollente faceva ogni tanto ondeggiare le foglie in bilico su sottili alberi di leccio, mentre da un posto lontano arrivava debole il suono di alcune cicale. Una nuvola finta restava immobile contro un cielo azzurro sbiadito. Nient'altro. Era mattina presto.
Seduto al tavolo provavo a fare colazione. Ogni cosa nella stanza sembrava avere una tonalità simile alla paglia, al grano maturo. Ero solo. Una goccia di sudore mi scivolò sulla fronte, fino a fermarsi poco sopra l'occhio sinistro. Feci un respiro profondo, cercando di raccogliere più aria possibile. Ero solo e provavo a fare colazione. Un cartone di latte fresco, sul quale iniziavano a formarsi vene d'acqua, era appoggiato sul tavolo davanti ai miei occhi, insieme ad alcuni biscotti al cacao. Pensai che avrei voluto ascoltare un disco di Kenny Burrell, lasciarlo mischiare al caldo denso, ma non trovai le forze. Rimasi così ad osservare i biscotti alcuni attimi, con la sensazione che si sarebbero potuti sciogliere da un momento all'altro.
All'improvviso il telefono iniziò a suonare. Era uno squillo ovattato, come se qualcuno avesse messo il tutto sotto il coperchio per il pane. Contai gli squilli che regolari si inseguivano. Quindi si interruppe, e tutto tornò al silenzio di prima. Presi un biscotto e lo infilai in bocca, sentendo le briciole di cacao posarmisi sulla lingua. Quindi, sentendo sotto le dita l'acqua che lo ricopriva, afferrai il cartone del latte e ne presi lunghi e lenti sorsi. La sensazione di fresco non durò che pochi istanti, ma non mi ero fatto nessuna illusione in proposito. Sarebbe stata la giornata più calda della mia vita, e non c'era nulla che potessi fare al riguardo.
Da dietro la porta socchiusa comparve Mia, che con la sua solita eleganza si avvicinò piano verso di me. I suoi movimenti calmi parevano adattarsi alla situazione più di altre volte, lasciando dietro i suoi passi un odore di soffice stanchezza. Con la coda verso l'alto, si fermò ad annusare le dita dei miei piedi nudi sotto al tavolo, per poi strusciarsi contro le altre sedie vuote, seguendo una danza sconosciuta. Trovato un angolo di ombra ci si andò poi a sedere, iniziando a leccarsi le zampe con aria annoiata. Ingoiai il mio secondo biscotto e chiusi gli occhi. Il caldo teneva appiccicati tra loro i pensieri, li appesantiva.
Fu quando li riaprii che mi accorsi della foto. Se ne stava lì, attraversata dalle gocce d'acqua sul cartone del latte. Era una foto in bianco e nero, sotto la quale si leggeva la parola SCOMPARSA, in caratteri blu come quelli sul resto della confezione. Allungando la mano lo avvicinai a me, nel tentativo di vedere meglio la fotografia. Una ragazza dai capelli corti legati in un codino sembrava osservare qualcosa oltre l'obbiettivo, senza che si potesse dire avesse una espressione particolare sul volto. Le sottili labbra erano chiuse, ed una collana di perle le scendeva intorno al collo snello. Pensai che avrebbe dovuto avere intorno ai ventisei anni, forse ventotto. Alle sue spalle non c'era nulla, solamente lo sfondo bianco del cartone del latte. Rilessi la parola SCOMPARSA un paio di volte, provando ad associarla alla foto appena sopra. Era una ragazza stupenda.
Intuire qualcosa di più era difficile. Ogni elemento era assente. Solo quel viso, il suo sguardo distratto, e la scritta blu. Provai ad osservare con attenzione dentro gli occhi scuri, cercando un riflesso, una qualche sottile emozione, ma senza risultato. La sola cosa che la foto lasciava passare era la bellezza di quella ragazza. Niente di più. Alzatasi in piedi, Mia si allungò nell'ombra, tenendo ferme le zampe davanti e la coda alta sul sedere. Rimase in quella posizione alcuni secondi, stirandosi tutta, poi si mise nuovamente seduta, ferma ad osservarmi. Ci guardammo senza dire nulla nel caldo sempre più denso, quindi miagolò.
Andai in cucina e presi una scatoletta di cibo dallo scaffale in alto mentre lei si strusciava gentilmente tra le mie gambe. La aprii e versai i pezzetti di carne gelatinosa nella sua vaschetta, poi buttai il resto nel cestino. Appoggiato al lavandino la osservai annusare con sospetto e mangiare con calma la sua colazione. Chissà quale era il suo nome, se era ancora viva. Chissà come era finita sul mio cartone di latte. Forse non era altro che una vecchia foto, e il caso era già stato risolto. Era tornata da chi la stava cercando, lasciando i consumatori di latte all'oscuro di tutto. SCOMPARSA. Mia mangiò tutto, e dopo aver preso un pò di latte dalla ciotola di fianco iniziò a leccarsi i baffi, tornando nel posto all'ombra dove si trovava prima. Immerso nei miei pensieri la seguii, lasciandomi cadere sul divano. A quel punto il telefono squillò per la seconda volta. Un suono strano, come provenisse dal fondo di un pozzo vuoto e umido.
-Chi parla? Anche la mia voce era calda, appiccicosa. Proprio come tutto il resto quella mattina.
-Non ha importanza-, rispose qualcuno dall'altra parte del telefono, -ciò che conta è che lei ha qualcosa che deve venire in nostro possesso. Ora, come può ben immaginare, vorremmo che ciò avvenisse senza problemi per nessuno.
Indeciso sulla realtà di ciò che stava succedendo rimasi in silenzio. Una breve pausa e la voce continuò.
-Abbiamo ragione di credere che lei sia in possesso di un oggetto per noi di estremo valore, e per il quale saremmo disposti a darle una cifra considerevole. Si tratta solo di trovare un accordo.
-Come fa a sapere chi sono. Chi le ha dato il mio numero. Chi diavolo è lei.- Mentre dicevo queste cose in tono monotono osservavo la nuvola nel cielo azzurro. Sempre nel solito punto esatto. Sempre immobile.
-Tutto questo non ha importanza, mi creda, la minima importanza. Le sto parlando a nome dell'Internazionale delle Mucche, e se non riusciremo a trovare un terreno di accordo, le cose potrebbero diventare spiacevoli per entrambi. Ma questo non significa nulla. So bene che lei si comporterà in modo razionale, e che ben presto tutto questo non sarà che acqua passata.- Un disturbo sulla linea accompagnava la voce nella cornetta, come giungesse da un luogo troppo lontano, troppo profondo.
EH16.
Seduto al tavolo provavo a fare colazione. Ogni cosa nella stanza sembrava avere una tonalità simile alla paglia, al grano maturo. Ero solo. Una goccia di sudore mi scivolò sulla fronte, fino a fermarsi poco sopra l'occhio sinistro. Feci un respiro profondo, cercando di raccogliere più aria possibile. Ero solo e provavo a fare colazione. Un cartone di latte fresco, sul quale iniziavano a formarsi vene d'acqua, era appoggiato sul tavolo davanti ai miei occhi, insieme ad alcuni biscotti al cacao. Pensai che avrei voluto ascoltare un disco di Kenny Burrell, lasciarlo mischiare al caldo denso, ma non trovai le forze. Rimasi così ad osservare i biscotti alcuni attimi, con la sensazione che si sarebbero potuti sciogliere da un momento all'altro.
All'improvviso il telefono iniziò a suonare. Era uno squillo ovattato, come se qualcuno avesse messo il tutto sotto il coperchio per il pane. Contai gli squilli che regolari si inseguivano. Quindi si interruppe, e tutto tornò al silenzio di prima. Presi un biscotto e lo infilai in bocca, sentendo le briciole di cacao posarmisi sulla lingua. Quindi, sentendo sotto le dita l'acqua che lo ricopriva, afferrai il cartone del latte e ne presi lunghi e lenti sorsi. La sensazione di fresco non durò che pochi istanti, ma non mi ero fatto nessuna illusione in proposito. Sarebbe stata la giornata più calda della mia vita, e non c'era nulla che potessi fare al riguardo.
Da dietro la porta socchiusa comparve Mia, che con la sua solita eleganza si avvicinò piano verso di me. I suoi movimenti calmi parevano adattarsi alla situazione più di altre volte, lasciando dietro i suoi passi un odore di soffice stanchezza. Con la coda verso l'alto, si fermò ad annusare le dita dei miei piedi nudi sotto al tavolo, per poi strusciarsi contro le altre sedie vuote, seguendo una danza sconosciuta. Trovato un angolo di ombra ci si andò poi a sedere, iniziando a leccarsi le zampe con aria annoiata. Ingoiai il mio secondo biscotto e chiusi gli occhi. Il caldo teneva appiccicati tra loro i pensieri, li appesantiva.
Fu quando li riaprii che mi accorsi della foto. Se ne stava lì, attraversata dalle gocce d'acqua sul cartone del latte. Era una foto in bianco e nero, sotto la quale si leggeva la parola SCOMPARSA, in caratteri blu come quelli sul resto della confezione. Allungando la mano lo avvicinai a me, nel tentativo di vedere meglio la fotografia. Una ragazza dai capelli corti legati in un codino sembrava osservare qualcosa oltre l'obbiettivo, senza che si potesse dire avesse una espressione particolare sul volto. Le sottili labbra erano chiuse, ed una collana di perle le scendeva intorno al collo snello. Pensai che avrebbe dovuto avere intorno ai ventisei anni, forse ventotto. Alle sue spalle non c'era nulla, solamente lo sfondo bianco del cartone del latte. Rilessi la parola SCOMPARSA un paio di volte, provando ad associarla alla foto appena sopra. Era una ragazza stupenda.
Intuire qualcosa di più era difficile. Ogni elemento era assente. Solo quel viso, il suo sguardo distratto, e la scritta blu. Provai ad osservare con attenzione dentro gli occhi scuri, cercando un riflesso, una qualche sottile emozione, ma senza risultato. La sola cosa che la foto lasciava passare era la bellezza di quella ragazza. Niente di più. Alzatasi in piedi, Mia si allungò nell'ombra, tenendo ferme le zampe davanti e la coda alta sul sedere. Rimase in quella posizione alcuni secondi, stirandosi tutta, poi si mise nuovamente seduta, ferma ad osservarmi. Ci guardammo senza dire nulla nel caldo sempre più denso, quindi miagolò.
Andai in cucina e presi una scatoletta di cibo dallo scaffale in alto mentre lei si strusciava gentilmente tra le mie gambe. La aprii e versai i pezzetti di carne gelatinosa nella sua vaschetta, poi buttai il resto nel cestino. Appoggiato al lavandino la osservai annusare con sospetto e mangiare con calma la sua colazione. Chissà quale era il suo nome, se era ancora viva. Chissà come era finita sul mio cartone di latte. Forse non era altro che una vecchia foto, e il caso era già stato risolto. Era tornata da chi la stava cercando, lasciando i consumatori di latte all'oscuro di tutto. SCOMPARSA. Mia mangiò tutto, e dopo aver preso un pò di latte dalla ciotola di fianco iniziò a leccarsi i baffi, tornando nel posto all'ombra dove si trovava prima. Immerso nei miei pensieri la seguii, lasciandomi cadere sul divano. A quel punto il telefono squillò per la seconda volta. Un suono strano, come provenisse dal fondo di un pozzo vuoto e umido.
-Chi parla? Anche la mia voce era calda, appiccicosa. Proprio come tutto il resto quella mattina.
-Non ha importanza-, rispose qualcuno dall'altra parte del telefono, -ciò che conta è che lei ha qualcosa che deve venire in nostro possesso. Ora, come può ben immaginare, vorremmo che ciò avvenisse senza problemi per nessuno.
Indeciso sulla realtà di ciò che stava succedendo rimasi in silenzio. Una breve pausa e la voce continuò.
-Abbiamo ragione di credere che lei sia in possesso di un oggetto per noi di estremo valore, e per il quale saremmo disposti a darle una cifra considerevole. Si tratta solo di trovare un accordo.
-Come fa a sapere chi sono. Chi le ha dato il mio numero. Chi diavolo è lei.- Mentre dicevo queste cose in tono monotono osservavo la nuvola nel cielo azzurro. Sempre nel solito punto esatto. Sempre immobile.
-Tutto questo non ha importanza, mi creda, la minima importanza. Le sto parlando a nome dell'Internazionale delle Mucche, e se non riusciremo a trovare un terreno di accordo, le cose potrebbero diventare spiacevoli per entrambi. Ma questo non significa nulla. So bene che lei si comporterà in modo razionale, e che ben presto tutto questo non sarà che acqua passata.- Un disturbo sulla linea accompagnava la voce nella cornetta, come giungesse da un luogo troppo lontano, troppo profondo.
EH16.
martedì
Dead man thinking
Cammina nervosamente avanti e indietro. Suda nel tentativo di guardarci tutti in una sola occhiata. La nostra disposizione lo costringe a muovere continuamente le pupille da destra a sinistra. Da sinistra a destra. È teso. Forse in panico. Anch’io lo sono. Lo siamo tutti, credo. Io però posso permettermi di stare zitto. Di pensare. Riflettere. Posso permettermi di non fare passi falsi. Resto immobile, nascosto. A meno che lo stesso passare inosservati non sia un passo falso. Ecco, mi ha guardato. Io ho distolto gli occhi. Non va bene. NON VA BENE! Non devo distogliere gli occhi, ma non devo neanche guardarlo a testa alta. Distogliere è segno di debolezza, fissare di sfida. Devo fare - finta - di - niente. Non guardarlo mai, in modo da evitare di dover decidere tra distogliere e sfidare. Devo passare inosservato. A meno che lo stesso passare inosservati non sia un passo falso. Questo l’ho già detto. E se invece. Forse dovrei farmi notare. Potrebbe essere che. Ma sì, perchè no? Posare gli occhi spesso sulla stessa persona alla lunga potrebbe ispirare inconsapevolmente simpatia. Se la mia immagine gli diventa familiare, al momento della scelta opterà per la faccia più insignificante. Quella che ha tentato di passare inosservata, riuscendoci, decreterà la propria fine. Va bene. Allora devo farmi notare. Ma in che modo? Muovermi, parlare, soffiarmi il naso? Ogni scelta è estremamente pericolosa. Qualsiasi mio gesto può creare in lui una reazione. Noi non sappiamo quando. Ma succederà. Potrei infastidirlo. Potrebbe pensare che voglio dissuaderlo. Che tono di voce usare? Forse è meglio stare zitti e indifferenti. Non proprio nascosti, ma indifferenti. Però. La mia indifferenza potrebbe essere letta come strafottenza? Se è così meglio mostrarmi debole e distogliere. Abbassare lo sguardo. Anche se. Non mi sembra il tipo da provare compassione. Troverà ridicola la mia umiliazione. In fondo la strafottenza è una dote ammirevole. Per tipi come lui. Devo guadagnarmi il suo rispetto. Ora lo fisso negli occhi. Adesso. Tra un momento. Adesso lo fisso. Adesso. Adesso. Adesso. No, aspetta. Il rispetto infonde paura. E ciò che incute timore induce reazioni. I cani più pericolosi sono i più paurosi. Dove l’ho letto? S’è fermato. Ha trovato una posizione da cui controllarci tutti. Lo osservo con la coda dell’occhio. Respira più lentamente. Ma non è ancora tranquillo. Non lo sarà fino a quando tutto questo non sarà finito. Anch’io a quel punto lo sarò. In un modo o nell’altro. Che fa? Si direbbe che ci stia contando. Meglio non guardarlo ora. Se sapessi che criterio usa, accidenti. Forse dipende dall’ordine delle nostre sedie. Senz’altro è questa la chiave di lettura. Anche se lui crede di scegliere a caso, l’occhio vuole la sua parte. La sua mano si dirigerà verso un punto in grado di rispettare la simmetria. O di infrangerla. Ma sempre con criterio. Purtroppo non sono seduto vicino al morto. Altrimenti sarei salvo. Accidenti! PERCHÈ NON SONO SEDUTO VICINO AL MORTO? Io non farei mai due morti vicini. L’occhio vuole la sua parte. Questo l’ho già detto. Se togliamo i due vicini al morto rimaniamo papabili in tre. Accidenti. No. Calma. Calma. Devo capire. Se capisco il criterio saprò se fissarlo o distogliere. Compassione o rispetto. Se capisco il criterio. Ma questo l’ho già detto. Accidenti. Calma. Perchè sta fermo? Non si muove più. Accidenti. Sta lì. Fermo. Calma. Devo riflettere. Allora. Di noi tre il più esterno è salvo. Non sceglierei mai il più esterno. L’occhio vuole la sua parte. Inconsciamente o no, l’ha pensato anche lui. Lo dimostra il fatto che il morto è il secondo della fila. Non l’altro esterno. Di noi tre il più esterno non sono io. Accidenti. A questo punto tutto dipende dal suo carattere. Che fa adesso? Perchè si è mosso? Calma. C’è ancora tempo. Mi ha guardato. Sembra stanco. Se ama la simmetria sono salvo. Altrimenti. Devo capire che tipo è. Se è ordinato, per sicurezza meglio fissarlo negli occhi. Se è asimmetrico, distogliere. Ha ripreso a camminare. Sembra più tranquillo. Ha già deciso? Ha un lembo della camicia fuori dai pantaloni. Suda. Ma la sua faccia è ordinata. Simmetrica. Che fa? Ecco. Ha puntato la pistola. Tra poco tutto sarà finito. In un modo o nell’altro.
Cya'n Frèscha
giovedì
Vaulx en Velin
Stavo comodamente leggendo una conversazione telefonica tra C. Bukowski e E. Hemingway. Ad un tratto mi chino e inizio a tamburellare con le dita sulla punta delle scarpe. Decido quindi di uscire e di andare a Vaulx en Velin che è il capolinea della metro A.
Non sono mai stato a Vaulx en Velin, tranne una volta in cui ho preso la metro dalla parte sbagliata, ma quando sono sceso -era un pomeriggio con molto sole e molta luce- sono passato subito dalla parte opposta per tornare indietro. La sola cosa che ho pensato quella volta era sono stato anche a Vaulx en Velin, che è il capolinea della metro A, però non c'è niente, ma proprio niente che ti faccia pensare che potresti girarci, a meno che tu non abbia già un posto in cui andare.
Mi vesto ed esco. Charles Bukowsky, che si diceva emulo di Hemingway, mi ha insegnato stasera che quando fai qualcosa, se lo vuoi descrivere, devi mantenere una ritmica. Ad esempio se dico che esco e penso che fa freddo lo devo dire in due frasi staccate. Cioè prima le azioni, poi le descrizioni, oppure viceversa, è uguale. Quello che importa è che le azioni stiano con le azioni e le riflessioni con le riflessioni.Per cui esco e mi incammino verso la fermata della linea A. Analizzandomi scopro di essere uscito anche per prendere il latte e forse dei biscotti perchè sento qualcosa che potrei identificare alla voce fame.
E' un mercoledì sera dopo le nove, fa buio, in genere non si esce, per cui è naturale che qui piova. E' quella pioggia fine di cui non ti accorgi sempre, ma che non smette mai. Passo oltre la prima fermata perchè il negozio che ha aperto fino a tardi è più avanti, ma quando ci arrivo non entro perchè non amo camminare con una borsa di latte in giro a Vaulx en Velin.
Arrivo alla fermata Gratte Ciel. Dentro suona una musica caraibica. Alle sedie più vicine stanno seduti due arabi che chiacchierano. Giro a destra e vedo la serie di panchine di plastica rosse e vuote che seguono la linea del punto di fuga. Fanno contrasto con le mattonelle bianche della parete e il pavimento grigiastro. Mi si chiude lo stomaco, vorrei trovare un modo per far rivivere quelle panchine e lasciare che qualcuno possa sentirle rosse come me, in fila, vuote, silenziose. Non sono capace. Le vorrei dipingere. Le dovrei mettere in un graffito bianco con una striscia obliqua grigio scuro in fondo e delle macchie geometriche rosse che convergono verso la cima di una lettera. Probabilmente non basterebbe. Voglio farlo di più, meglio. Non sono capace di farlo in nessun altro modo, il che vuol dire che non sono capace e basta. Se fossi Davis riuscirei a farle suonare dalla tromba. Picasso le avrebbe dipinte da tre prospettive diverse.
Arriva la metro, salgo e mi siedo di fianco a un ragazzino nero che parla con un altro ragazzino dai capelli bianchi e la carnagione bianchissima che porta gli occhiali e un bastone da cieco. Tiene gli occhi socchiusi, gli tremano le palpebre. Ad un certo punto li apre appena un po' di più e io ci guardo dentro, ma non c'è niente. Sembra che gli si siano mangiati gli occhi, non ci sono, lì dove dovrebbero essere. Sembrano due ferite aperte che hanno appena smesso di sanguinare, pulite da cotone imbibito di disinfettante. Scendono alla fermata successiva. Allora mi concentro sulla nera che mi sta di fronte che siede obliqua appoggiata al finestrino. Sembra che mi emozioni, ma non riesco a pensarne nulla. La sento e basta. La sento perchè nasce dal senso di perfezione statica, i jeans, l'impermeabile panna con le pieghe e i bottoni, la maglietta rosa che si intravede, la pelle nera. Sarebbe perfetta in un quadro, lo spazio del sedile verde acqua orizzontale, lei una diagonale che taglia l'area sulla sinistra, le pieghe del cappotto che emergono.
Nel frattempo anche lei è scesa e non saprei più proporre lo stesso concetto graficamente. L'ho perso. Assenza di tecnica gridano dall'alto. Assenza di tecnica. Hai perso troppo tempo negli anni, l'adolescenza e il seguito, senza imparare la forma; per cui ora tutto si intasa di fronte a un'uscita con una serratura diversa. Probabilmente è così per la maggior parte degli uomini, che trovano un modo per calmarlo nelle donne nel cibo e nello sport. Però è solo un modo per stancarlo, non lo fai veramente uscire da te, non lo restituisci al pari di come ti è arrivato perchè non lo sai come si fa.
Arrivo a Vaulx en Velin. Le palme sono sempre lì, delle palme nella seminterrata della metro, con una grata sopra che le attacca al mondo. Esco. Ci sono le luci arancioni della strada, il cielo ha riguadagnato la maggior parte dello spazio. Non so dov'è il centro, c'è solo una strada e dei campi circondati da delle reti; praticamente attaccati all'uscita passano quattro binari del tramway. Mi incammino verso sinistra insieme a dei bimbi che sembrano zingari e che portano delle borse. Mi chiedono l'elemosina. Gli chiedo dove è il centro. Mi dicono che è verso di là, nella direzione che ho preso e che prendono anche loro. Gli do l'elemosina. Ci incamminiamo insieme. Sono due bimbe che cercano di passare per quattordicenni e un bimbo molto più basso. Mi dicono che sono romeni, che vivono nella casa disabitata, che il fratello maggiore è in prigione e che ha già fatto sei mesi ma che gli resta un anno.
Gli do una mano a portare le borse, ma non penso a quello che dicono perchè la mia testa è impegnata a processare gli spazi. Non c'è niente. Veramente niente. Dei campi al buio, le luci gialle, i binari e i sassi della ferrovia in penombra, una rete di separazione, il marciapiede, noi illuminati sul marciapiede, la strada illuminata più del resto, qualche macchina ogni tanto. Un parcheggio con tre macchine dall'altra parte della strada, circondato da una rete e con un lato limitato da un muro diroccato senza senso, ideale per un graffito. Ce n'è già uno gigante ma insignificante che è come se non ci fosse. Ad un certo punto sulla destra incrociamo una costruzione che sembra un acquedotto, a righe bianche e rosse, con la scritta Vaulx en Velin, attaccato a un capannone abbandonato con sopra delle tag. Camminiamo e il bimbo continua a chiedermi se ho degli altri spicci. Gli dico che mi servono per comprare il latte per domattina, allora è il turno della bimba che sembra più grande poi di quella che sembra più bimba. Continiuiamo a camminare e il bimbo fa un'imitazione dell'inglese che ci fa ridere, poi ad un certo punto mi dice di ridargli la borsa, al che lo accontento. Sono tutte borse piene di vestiti. Se le scambiano tra di loro poi gli dico che sul serio gli do una mano volentieri, allora se le scambiano di nuovo e me ne danno due, ma poi me ne richiedono una e alla fine me ne passano un'altra scambiandola con quella che mi restava. Arriviamo ad un incrocio e il bimbo e la bimba bimba svoltano e salutano me e la bimba grande. Dopo dieci metri lei mi indica dove abita, sono gli uffici abbandonati di una ditta, al di là di una rete sfondata, con un uomo incerto che fuma in un angolo vicino alle erbacce. Le ridò la borsa.
Continuo sulla strada senza sapere dove sia il centro, se ci sia un centro. Dove sono ora sembra l'inizio di una zona industriale soprattutto per le luci giallo-arancio. Entro in uno spiazzio ghiaiato non troppo grande separato dalla strada da dei mucchi di terra. Un posto con bancali di legno sfondati e imballi di cartone buttati tra le pozzanghere, un paio di jeans bagnati accartocciati. Lì vicino una ditta illuminata da fari bianchi. Passa un tramway. Il piovigginare copre i rumori, sono in un bolo di silenzio. Nessuno in giro, nessuna videocamera, nessuno interessato a seguire i movimenti di una persona che gira a vuoto in questo posto. Dovrebbe comunicarmi qualcosa. Continuo a sentirlo peggio delle altre volte, non posso focalizzarlo. E' un'esperienza inutile accumulabile sopra tante simili tra loro. Mi piacciono i posti che fanno schifo, ma questo forse l'ho già visto.
Da un angolo remoto l'eventualità di perdere l'ultima metro continua a riemergere allo stato cosciente. Si somma al ricordo del progetto di andare a dormire presto per studiare domattina. Se il negozio chiude ancora più tardi c'è il caso che tra poco mangi un pacco intero di biscotti, poi starò senz'altro meglio. Mi giro e torno alla fermata.
Isdcb/9137
Non sono mai stato a Vaulx en Velin, tranne una volta in cui ho preso la metro dalla parte sbagliata, ma quando sono sceso -era un pomeriggio con molto sole e molta luce- sono passato subito dalla parte opposta per tornare indietro. La sola cosa che ho pensato quella volta era sono stato anche a Vaulx en Velin, che è il capolinea della metro A, però non c'è niente, ma proprio niente che ti faccia pensare che potresti girarci, a meno che tu non abbia già un posto in cui andare.
Mi vesto ed esco. Charles Bukowsky, che si diceva emulo di Hemingway, mi ha insegnato stasera che quando fai qualcosa, se lo vuoi descrivere, devi mantenere una ritmica. Ad esempio se dico che esco e penso che fa freddo lo devo dire in due frasi staccate. Cioè prima le azioni, poi le descrizioni, oppure viceversa, è uguale. Quello che importa è che le azioni stiano con le azioni e le riflessioni con le riflessioni.Per cui esco e mi incammino verso la fermata della linea A. Analizzandomi scopro di essere uscito anche per prendere il latte e forse dei biscotti perchè sento qualcosa che potrei identificare alla voce fame.
E' un mercoledì sera dopo le nove, fa buio, in genere non si esce, per cui è naturale che qui piova. E' quella pioggia fine di cui non ti accorgi sempre, ma che non smette mai. Passo oltre la prima fermata perchè il negozio che ha aperto fino a tardi è più avanti, ma quando ci arrivo non entro perchè non amo camminare con una borsa di latte in giro a Vaulx en Velin.
Arrivo alla fermata Gratte Ciel. Dentro suona una musica caraibica. Alle sedie più vicine stanno seduti due arabi che chiacchierano. Giro a destra e vedo la serie di panchine di plastica rosse e vuote che seguono la linea del punto di fuga. Fanno contrasto con le mattonelle bianche della parete e il pavimento grigiastro. Mi si chiude lo stomaco, vorrei trovare un modo per far rivivere quelle panchine e lasciare che qualcuno possa sentirle rosse come me, in fila, vuote, silenziose. Non sono capace. Le vorrei dipingere. Le dovrei mettere in un graffito bianco con una striscia obliqua grigio scuro in fondo e delle macchie geometriche rosse che convergono verso la cima di una lettera. Probabilmente non basterebbe. Voglio farlo di più, meglio. Non sono capace di farlo in nessun altro modo, il che vuol dire che non sono capace e basta. Se fossi Davis riuscirei a farle suonare dalla tromba. Picasso le avrebbe dipinte da tre prospettive diverse.
Arriva la metro, salgo e mi siedo di fianco a un ragazzino nero che parla con un altro ragazzino dai capelli bianchi e la carnagione bianchissima che porta gli occhiali e un bastone da cieco. Tiene gli occhi socchiusi, gli tremano le palpebre. Ad un certo punto li apre appena un po' di più e io ci guardo dentro, ma non c'è niente. Sembra che gli si siano mangiati gli occhi, non ci sono, lì dove dovrebbero essere. Sembrano due ferite aperte che hanno appena smesso di sanguinare, pulite da cotone imbibito di disinfettante. Scendono alla fermata successiva. Allora mi concentro sulla nera che mi sta di fronte che siede obliqua appoggiata al finestrino. Sembra che mi emozioni, ma non riesco a pensarne nulla. La sento e basta. La sento perchè nasce dal senso di perfezione statica, i jeans, l'impermeabile panna con le pieghe e i bottoni, la maglietta rosa che si intravede, la pelle nera. Sarebbe perfetta in un quadro, lo spazio del sedile verde acqua orizzontale, lei una diagonale che taglia l'area sulla sinistra, le pieghe del cappotto che emergono.
Nel frattempo anche lei è scesa e non saprei più proporre lo stesso concetto graficamente. L'ho perso. Assenza di tecnica gridano dall'alto. Assenza di tecnica. Hai perso troppo tempo negli anni, l'adolescenza e il seguito, senza imparare la forma; per cui ora tutto si intasa di fronte a un'uscita con una serratura diversa. Probabilmente è così per la maggior parte degli uomini, che trovano un modo per calmarlo nelle donne nel cibo e nello sport. Però è solo un modo per stancarlo, non lo fai veramente uscire da te, non lo restituisci al pari di come ti è arrivato perchè non lo sai come si fa.
Arrivo a Vaulx en Velin. Le palme sono sempre lì, delle palme nella seminterrata della metro, con una grata sopra che le attacca al mondo. Esco. Ci sono le luci arancioni della strada, il cielo ha riguadagnato la maggior parte dello spazio. Non so dov'è il centro, c'è solo una strada e dei campi circondati da delle reti; praticamente attaccati all'uscita passano quattro binari del tramway. Mi incammino verso sinistra insieme a dei bimbi che sembrano zingari e che portano delle borse. Mi chiedono l'elemosina. Gli chiedo dove è il centro. Mi dicono che è verso di là, nella direzione che ho preso e che prendono anche loro. Gli do l'elemosina. Ci incamminiamo insieme. Sono due bimbe che cercano di passare per quattordicenni e un bimbo molto più basso. Mi dicono che sono romeni, che vivono nella casa disabitata, che il fratello maggiore è in prigione e che ha già fatto sei mesi ma che gli resta un anno.
Gli do una mano a portare le borse, ma non penso a quello che dicono perchè la mia testa è impegnata a processare gli spazi. Non c'è niente. Veramente niente. Dei campi al buio, le luci gialle, i binari e i sassi della ferrovia in penombra, una rete di separazione, il marciapiede, noi illuminati sul marciapiede, la strada illuminata più del resto, qualche macchina ogni tanto. Un parcheggio con tre macchine dall'altra parte della strada, circondato da una rete e con un lato limitato da un muro diroccato senza senso, ideale per un graffito. Ce n'è già uno gigante ma insignificante che è come se non ci fosse. Ad un certo punto sulla destra incrociamo una costruzione che sembra un acquedotto, a righe bianche e rosse, con la scritta Vaulx en Velin, attaccato a un capannone abbandonato con sopra delle tag. Camminiamo e il bimbo continua a chiedermi se ho degli altri spicci. Gli dico che mi servono per comprare il latte per domattina, allora è il turno della bimba che sembra più grande poi di quella che sembra più bimba. Continiuiamo a camminare e il bimbo fa un'imitazione dell'inglese che ci fa ridere, poi ad un certo punto mi dice di ridargli la borsa, al che lo accontento. Sono tutte borse piene di vestiti. Se le scambiano tra di loro poi gli dico che sul serio gli do una mano volentieri, allora se le scambiano di nuovo e me ne danno due, ma poi me ne richiedono una e alla fine me ne passano un'altra scambiandola con quella che mi restava. Arriviamo ad un incrocio e il bimbo e la bimba bimba svoltano e salutano me e la bimba grande. Dopo dieci metri lei mi indica dove abita, sono gli uffici abbandonati di una ditta, al di là di una rete sfondata, con un uomo incerto che fuma in un angolo vicino alle erbacce. Le ridò la borsa.
Continuo sulla strada senza sapere dove sia il centro, se ci sia un centro. Dove sono ora sembra l'inizio di una zona industriale soprattutto per le luci giallo-arancio. Entro in uno spiazzio ghiaiato non troppo grande separato dalla strada da dei mucchi di terra. Un posto con bancali di legno sfondati e imballi di cartone buttati tra le pozzanghere, un paio di jeans bagnati accartocciati. Lì vicino una ditta illuminata da fari bianchi. Passa un tramway. Il piovigginare copre i rumori, sono in un bolo di silenzio. Nessuno in giro, nessuna videocamera, nessuno interessato a seguire i movimenti di una persona che gira a vuoto in questo posto. Dovrebbe comunicarmi qualcosa. Continuo a sentirlo peggio delle altre volte, non posso focalizzarlo. E' un'esperienza inutile accumulabile sopra tante simili tra loro. Mi piacciono i posti che fanno schifo, ma questo forse l'ho già visto.
Da un angolo remoto l'eventualità di perdere l'ultima metro continua a riemergere allo stato cosciente. Si somma al ricordo del progetto di andare a dormire presto per studiare domattina. Se il negozio chiude ancora più tardi c'è il caso che tra poco mangi un pacco intero di biscotti, poi starò senz'altro meglio. Mi giro e torno alla fermata.
Isdcb/9137
Demodè
-Credo sarebbe molto triste fare delle domande dirette.
-Demodè.
-Già.
-Però vuoi dirmi qualcosa, e ci sono aspetti che non capisci del nostro rapporto.
-Dopo cinquant’anni sarebbe un eufemismo.
-Gli eufemismi sono demodè.
-Ci crederesti se ti dicessi che ho scelto di intitolare il nostro dialogo “incomprensioni”?
-Non lo farai.
-Hai sempre la meglio tu.
-Ma da quando metti i titoli ai nostri incontri?
-Dalla prima volta che ti amo.
-Sei proprio un barbiere.
-Il lavoro è il lavoro.
-C’è qualcosa di malsano nel fare il barbiere. Tu giochi con le forme degli altri e non ne cogli i frutti.
-È un po’ il senso del lavoro.
-E la nostra conversazione dove la metterai?
-Domani devo pettinare una modella. Inserirò il nastro per intrattenerla.
-Si annoierà.
-È esattamente il mio obbiettivo. Dopodichè diventerà docile.
-Che pervertito.
-Perché ridi tesoro? In fondo dovresti saperlo.
-Lo so.
-Che sono un pervertito.
-È per questo che ti amo.
-Da tanto non te lo sentivo dire.
-Amare è demodè.
-Certo.
-Ho un immagine da preservare.
-Tutti ce l’hanno.
-Sai, c’è una cosa che odio nell’ambiente accademico: il nozionismo.
-Non capisco il nesso.
-Gli accademici che insegnano il culto delle nozioni sono stucchevoli, decisamente demodè.
-Quindi?
-Ma d’altro canto detesto ancora di più… tu lo sai chi.
-Chi?
-Gli accademici che insegnano ai ragazzi a pensare, a fare a meno delle nozioni, ad essere creativi.
-Non ti capisco.
-Non tutti ne sono in grado. Spingendo a pensare chi non saprà mai farlo si finisce col contribuire alla genesi di perfetti idioti.
-È un po’ il senso dell’accademia.
-Amo la tua semplicità, tesoro.
-E mi permetterai di porti, finalmente, una domanda diretta?
-D’accordo. Avanti. Qual è il problema?
-L’ho dimenticato.
-Oh, dimenticare è terribilmente demodè.
-È un po’ il senso dei ricordi.
-Cosa?
-Essere dimenticati.
-La fai troppo semplice.
-È un po’ il senso del dialogo.
-Già. Parlare è così demodè.
-Come vuoi tu.
Alfonso D’Este
-Demodè.
-Già.
-Però vuoi dirmi qualcosa, e ci sono aspetti che non capisci del nostro rapporto.
-Dopo cinquant’anni sarebbe un eufemismo.
-Gli eufemismi sono demodè.
-Ci crederesti se ti dicessi che ho scelto di intitolare il nostro dialogo “incomprensioni”?
-Non lo farai.
-Hai sempre la meglio tu.
-Ma da quando metti i titoli ai nostri incontri?
-Dalla prima volta che ti amo.
-Sei proprio un barbiere.
-Il lavoro è il lavoro.
-C’è qualcosa di malsano nel fare il barbiere. Tu giochi con le forme degli altri e non ne cogli i frutti.
-È un po’ il senso del lavoro.
-E la nostra conversazione dove la metterai?
-Domani devo pettinare una modella. Inserirò il nastro per intrattenerla.
-Si annoierà.
-È esattamente il mio obbiettivo. Dopodichè diventerà docile.
-Che pervertito.
-Perché ridi tesoro? In fondo dovresti saperlo.
-Lo so.
-Che sono un pervertito.
-È per questo che ti amo.
-Da tanto non te lo sentivo dire.
-Amare è demodè.
-Certo.
-Ho un immagine da preservare.
-Tutti ce l’hanno.
-Sai, c’è una cosa che odio nell’ambiente accademico: il nozionismo.
-Non capisco il nesso.
-Gli accademici che insegnano il culto delle nozioni sono stucchevoli, decisamente demodè.
-Quindi?
-Ma d’altro canto detesto ancora di più… tu lo sai chi.
-Chi?
-Gli accademici che insegnano ai ragazzi a pensare, a fare a meno delle nozioni, ad essere creativi.
-Non ti capisco.
-Non tutti ne sono in grado. Spingendo a pensare chi non saprà mai farlo si finisce col contribuire alla genesi di perfetti idioti.
-È un po’ il senso dell’accademia.
-Amo la tua semplicità, tesoro.
-E mi permetterai di porti, finalmente, una domanda diretta?
-D’accordo. Avanti. Qual è il problema?
-L’ho dimenticato.
-Oh, dimenticare è terribilmente demodè.
-È un po’ il senso dei ricordi.
-Cosa?
-Essere dimenticati.
-La fai troppo semplice.
-È un po’ il senso del dialogo.
-Già. Parlare è così demodè.
-Come vuoi tu.
Alfonso D’Este
lunedì
EH16
Lo sente anche lei. Mi chiedo proprio se riesce a sentirlo. Deve sapere che ci sono alcuni giorni in cui respirare diventa faticoso, come se l'aria si facesse in pochi istanti calda, bruciando i polmoni, bruciandoti dentro. Il resto del tempo si viene distratti, ma ogni tanto si attraversa uno spazio di tempo sterile ed asettico, in cui la sensazione della sua presenza appare nel silenzio circostante, banale nella sua purezza, quasi non si fosse fatto altro che camminarci sopra sino a quell'istante, appoggiandoci le suole sporche un passo dopo l'altro. Che poi, come forse saprà, è quello che realmente accade. Calpestiamo, ignoranti, tanto per lasciarci dietro una scia. Ad ogni modo forse è il caso di presentarsi. Signor Ipotetico, è un piacere. Strane coincidenze, non trova, entrambi ad un punto della notte fermi nel nulla ad aspettare. Pensarci sopra non porterebbe da nessuna parte, ma è una di quelle cose che riuscirebbero ad incantare la mente per un pò. Vuole assaggiare uno di questi biscotti fatti in casa, sono squisiti. L'aspetto che più mi rilassa del mangiare i biscotti è infilare la mano nel sacchetto di cartone e vederla sparire, appena prima di tornare su insieme al suo biscotto. Si potrebbe dire che arrivato a quel punto lo mangi solo per permettere alla mano di sparire di nuovo. Se ne volesse uno, non faccia complimenti. Tanto tempo da aspettare ne abbiamo fino alla fine, perciò, si serva pure. Tornando a quello che le dicevo prima, parlando francamente, credo di esserci rimasto chiuso in uno di quegli spazi. Non posso ne tornare indietro, ne andare avanti. Sono semplicemente intrappolato in quella sensazione. Per questo motivo mi chiedevo se la sentiva anche lei. Magari potrebbe darmi una mano, magari a lei o a qualcuno che conosce è già capitato. Sarebbe un vero sollievo, mi creda. Non è facile resistere. A dire la verità è un qualcosa di opprimente. Chissà, se non fosse per questi biscotti forse avrei preso sul serio in considerazione di togliermi la vita. Forse sarebbe sufficiente immaginare di infilare la mano nel sacchetto e così tirarne fuori una pistola lucida, metterla in bocca e lasciarle fare il suo mestiere. Con il resto dei biscotti che cadrebbe, e le sue briciole che alcuni attimi resterebbero nell'aria di questo vuoto.
sabato
The art oggi
Le insicurezze e le indecisioni rule the world
Non sappiamo quale sarà his own future.
Aspettiamo che questo venga deciso dagli spontaneous
aggregation processes.
O peggio ci aspettiamo something by technology.
From these sentences I deduco che l'arte ha smesso di essere
strumento d'indirizzo.
It' s only an instrument di resa alla prepotenza del reale.
Now, what's the art? It' something that I can't define perchè con l'Arte non c'entra.
Jaco & The violento
Non sappiamo quale sarà his own future.
Aspettiamo che questo venga deciso dagli spontaneous
aggregation processes.
O peggio ci aspettiamo something by technology.
From these sentences I deduco che l'arte ha smesso di essere
strumento d'indirizzo.
It' s only an instrument di resa alla prepotenza del reale.
Now, what's the art? It' something that I can't define perchè con l'Arte non c'entra.
Jaco & The violento
martedì
extc1
Era accaduto quando stava ancora con Mark Robertson, il ragazzo che aveva conosciuto al Kentuky Café.
A cena con la compagnia di Mark, domenica sera d’estate, in un posto in cui lei dopo non era più tornata perché la luce era troppo forte nelle sale.
“Allora ti racconto cosa è successo a noi domenica scorsa” aveva detto lui.
Si era accorta di avere portato con sé la sensazione dal momento in cui Clara le aveva telefonato per invitarli alla cena.
La certezza inespressa che lui avrebbe raccontato agli altri.
Probabilmente usando le stesse parole che aveva impiegato per esercitarsi su lei durante il viaggio di ritorno.
Aveva immaginato anche di sapere come avrebbe iniziato: partire da un pretesto inesistente nel borbottio generale rivolgersi a qualcuno vicino a lui sperare che gli altri lo avrebbero seguito.
“... più o meno dove avevamo trovato quel posto per pescare”
Stava chino verso Theo. Aveva spostato lo sguardo lento su Alfred e Clara e aveva ripreso fluido la sua posizione naturale. Tutto senza smettere di parlare.
“... una strada sterrata larga che la taglia fino in fondo. Se la fai tutta arrivi sulla strada che porta a Fokspitts”
“Ah, ho capito” aveva risposto Alfred. Facendo sì con la testa e dimostrando l’aria intelligente che stringe gli occhi tra zigomi e sopracciglia.
Tutti lo stavano ascoltando.
Mark aveva approfittato dell’interruzione per portare il pollice alla bocca, mordere nervosamente unghia con due contrazioni istantanee mascellari e scambiare con Alfred uno sguardo sottecchi. Come per tastare la sincerità dell’amico.
Aveva abbassato la mano sulla tavola e aveva scivolato indice sull’unghia.
“ Niente, ad un certo punto vediamo sulla destra poco più avanti di noi una macchina che sembrava uscita da uno di quei film di Ritorno al Futuro, tutta impolverata. Stava piantata in mezzo a una conca -di quelle che è chiaro che le devi evitare per non grattare sotto- ma il tipo dentro continuava a dare di gas. Ti dico solo che c’era già odore di bruciato. Erano sprofondati nella sabbia con tutte e due le ruote davanti e il tipo continuava a dare di gas. Non lo so, se avesse avuto una Q7 forse avrei potuto crederci, ma quella macchina avrà avuto almeno trent’anni. E per di più era una famigliare. Da noi arrivano delle macchine del genere e il primo consiglio che gli diamo, a chi le porta, è che farebbero prima a comprarne una nuova, che con gli incentivi e tutto il resto spenderebbero la metà di quello che spendono per sistemarle. Magari per ridargli tre mesi di vita. I ragazzi giù in officina me lo raccontano, gli dicono di venire a parlare con me o con Tom, glielo dicono ancora prima di aprirle, ma questi tipi ci sembrano affezionati. Dico, se ci sei affezionato va bene, ma non puoi andare a farci le gite e sperare che ti vada sempre tutto così bene. Infatti poi si vede. Comunque ho pensato che magari potevano avere bisogno e mi sono fermato per andare a vedere. Anche se lei non voleva”.
L’aveva indicata, inclinando testa sulla spalla, ma senza guardarla.
Si era sentita in gioco.
Era successo mentre stava decifrando rumore di conversazioni sovrapposte, nella sala con troppa luce, con troppe persone lasciate andare in onda di parole senza senso.
Amash Que Wou Sii Alan Most
Sapeva che gli altri continuavano a estrarle giudizi.
Era in silenzio poteva restarci ancora un attimo.
Aveva abbassato le palpebre, si era raddrizzata un poco e gli aveva sorriso.
Poi aveva detto qualcosa tipo “Ma scusa eh! E tu cosa vuoi da me?”
Con un fare civettuolo.
Mark, che sembrava più attivo, aveva sorriso e alzato le mani per proteggersi il petto dicendo “ Noo, no, niente, anzi, avremmo fatto meglio a lasciarli cosi com’erano. Dicevo appunto che avevi ragione tu. Che hai sempre ragione tu” e si era chinato per darle un bacio.
Lei si era accorta nel riceverlo che Alfred si era girato verso destra e che aveva perso uno sguardo inconscio verso le gambe della fidanzata di Theo prima di raggiungere Clara con un sorriso.
Gli altri nel frattempo sembravano essersi rilassati sulle loro sedie.
“No. La verità è che volevo fare affari anche di domenica” aveva poi aggiunto Mark, rivolto di nuovo agli altri.
Nel riprendere il racconto le aveva allungato una mano dietro la schiena e l’aveva appoggiata sul suo braccio nudo, facendo pressione con le dita per qualche secondo.
Lei aveva sentito sulla pelle dita umide, le unghie mangiate, spezzate avrebbero sfregato forse il braccio.
Le dispiaceva farci caso.
Poi aveva pensato che la stretta fosse il suo modo di sostenerla.
Un tizio due tavoli più in là stava fallendo nel dissimulare un attacco di tosse attraverso tanti colpi ritmati secchi, come se si stesse schiarendo la gola.
A ripetizione.
Lo trovava estremamente irritante.
Avrebbe voluto che qualcuno, forse il cameriere, intervenisse per sbatterlo fuori.
A guy from Brixtol
A cena con la compagnia di Mark, domenica sera d’estate, in un posto in cui lei dopo non era più tornata perché la luce era troppo forte nelle sale.
“Allora ti racconto cosa è successo a noi domenica scorsa” aveva detto lui.
Si era accorta di avere portato con sé la sensazione dal momento in cui Clara le aveva telefonato per invitarli alla cena.
La certezza inespressa che lui avrebbe raccontato agli altri.
Probabilmente usando le stesse parole che aveva impiegato per esercitarsi su lei durante il viaggio di ritorno.
Aveva immaginato anche di sapere come avrebbe iniziato: partire da un pretesto inesistente nel borbottio generale rivolgersi a qualcuno vicino a lui sperare che gli altri lo avrebbero seguito.
“... più o meno dove avevamo trovato quel posto per pescare”
Stava chino verso Theo. Aveva spostato lo sguardo lento su Alfred e Clara e aveva ripreso fluido la sua posizione naturale. Tutto senza smettere di parlare.
“... una strada sterrata larga che la taglia fino in fondo. Se la fai tutta arrivi sulla strada che porta a Fokspitts”
“Ah, ho capito” aveva risposto Alfred. Facendo sì con la testa e dimostrando l’aria intelligente che stringe gli occhi tra zigomi e sopracciglia.
Tutti lo stavano ascoltando.
Mark aveva approfittato dell’interruzione per portare il pollice alla bocca, mordere nervosamente unghia con due contrazioni istantanee mascellari e scambiare con Alfred uno sguardo sottecchi. Come per tastare la sincerità dell’amico.
Aveva abbassato la mano sulla tavola e aveva scivolato indice sull’unghia.
“ Niente, ad un certo punto vediamo sulla destra poco più avanti di noi una macchina che sembrava uscita da uno di quei film di Ritorno al Futuro, tutta impolverata. Stava piantata in mezzo a una conca -di quelle che è chiaro che le devi evitare per non grattare sotto- ma il tipo dentro continuava a dare di gas. Ti dico solo che c’era già odore di bruciato. Erano sprofondati nella sabbia con tutte e due le ruote davanti e il tipo continuava a dare di gas. Non lo so, se avesse avuto una Q7 forse avrei potuto crederci, ma quella macchina avrà avuto almeno trent’anni. E per di più era una famigliare. Da noi arrivano delle macchine del genere e il primo consiglio che gli diamo, a chi le porta, è che farebbero prima a comprarne una nuova, che con gli incentivi e tutto il resto spenderebbero la metà di quello che spendono per sistemarle. Magari per ridargli tre mesi di vita. I ragazzi giù in officina me lo raccontano, gli dicono di venire a parlare con me o con Tom, glielo dicono ancora prima di aprirle, ma questi tipi ci sembrano affezionati. Dico, se ci sei affezionato va bene, ma non puoi andare a farci le gite e sperare che ti vada sempre tutto così bene. Infatti poi si vede. Comunque ho pensato che magari potevano avere bisogno e mi sono fermato per andare a vedere. Anche se lei non voleva”.
L’aveva indicata, inclinando testa sulla spalla, ma senza guardarla.
Si era sentita in gioco.
Era successo mentre stava decifrando rumore di conversazioni sovrapposte, nella sala con troppa luce, con troppe persone lasciate andare in onda di parole senza senso.
Amash Que Wou Sii Alan Most
Sapeva che gli altri continuavano a estrarle giudizi.
Era in silenzio poteva restarci ancora un attimo.
Aveva abbassato le palpebre, si era raddrizzata un poco e gli aveva sorriso.
Poi aveva detto qualcosa tipo “Ma scusa eh! E tu cosa vuoi da me?”
Con un fare civettuolo.
Mark, che sembrava più attivo, aveva sorriso e alzato le mani per proteggersi il petto dicendo “ Noo, no, niente, anzi, avremmo fatto meglio a lasciarli cosi com’erano. Dicevo appunto che avevi ragione tu. Che hai sempre ragione tu” e si era chinato per darle un bacio.
Lei si era accorta nel riceverlo che Alfred si era girato verso destra e che aveva perso uno sguardo inconscio verso le gambe della fidanzata di Theo prima di raggiungere Clara con un sorriso.
Gli altri nel frattempo sembravano essersi rilassati sulle loro sedie.
“No. La verità è che volevo fare affari anche di domenica” aveva poi aggiunto Mark, rivolto di nuovo agli altri.
Nel riprendere il racconto le aveva allungato una mano dietro la schiena e l’aveva appoggiata sul suo braccio nudo, facendo pressione con le dita per qualche secondo.
Lei aveva sentito sulla pelle dita umide, le unghie mangiate, spezzate avrebbero sfregato forse il braccio.
Le dispiaceva farci caso.
Poi aveva pensato che la stretta fosse il suo modo di sostenerla.
Un tizio due tavoli più in là stava fallendo nel dissimulare un attacco di tosse attraverso tanti colpi ritmati secchi, come se si stesse schiarendo la gola.
A ripetizione.
Lo trovava estremamente irritante.
Avrebbe voluto che qualcuno, forse il cameriere, intervenisse per sbatterlo fuori.
A guy from Brixtol
Accident
"Mi piacerebbe molto vedere se F. avrebbe il coraggio di essere coerente"
Laureandis Tribute
Laureandis Tribute
domenica
mercoledì
martedì
Lime in the cookies
-Metti il lime nei biscotti.
-Il lime nei biscotti?
Venerdì mattina ponte festivo d’autunno scuole supermercati chiusi luce diffusa in cucina.
Al centro della cucina si allunga un piano su cui Jeffrey e Malcolm stanno preparando la colazione.
Entrambi ancora vestiti con il pigiama autunnale profumato di bucato.
Jeffrey si passa una mano nei capelli neri e annodati, si stropiccia l’occhio destro e guarda il fratello che sta giocherellando con la sua tazza.
- Quella è la mia tazza. Allora ce lo metti il lime nei biscotti?
- Lo so che è la tua tazza.
Sopra al pigiama Malcolm porta un maglione di cotone a maglie larghe color grigio scuro che sembra molto morbido, di almeno due taglie più grande. Sta seduto su uno sgabello di metallo alto con l’imbottitura bordeaux, lo sguardo fisso sulla tazza della sorella.
- Malcolm, il lime.
- Non so dov’è.
Fa girare la tazza con una mano, passa qualche secondo
- Vuoi davvero mettere il lime sui biscotti?
- Malcolm stai mentendo lo sai dov’è il lime.
- Non mi piace il lime perché vuoi mettere il lime sui biscotti
- Non SUI biscotti, NEI biscotti.
- Perché cosa cambia?
- Non lo so, qualcosa credo.
Parlando, Jeffrey si è lasciata incantare dalle dita del fratello che corrono sulla sua tazza. La guarda fare un giro, due giri, si dimentica di cosa stava dicendo. Si scuote, perplessa di come il fratello sia ebete.
- Malcolm!
- Cosa?
- è un testo di una canzone, dice di mettere del lime nei biscotti.
- Ah.
Lascia che la tazza finisca di girare facendo il bordo con le mani. Alza la testa e guarda la sorella solo con l’occhio sinistro socchiuso. Poi china la testa, si sfrega il palmo della mano sinistra contro l’occhio, la fa scendere stirandosi la guancia e infine la nasconde al caldo tra il sedere e l’imbottitura bordeaux dello sgabello. Si mette a fissare il bordo della tavola.
- E’ quella canzone che ascoltavate ieri tu e la mamma?
Alza la testa senza muovere il collo, ma apre tutti e due gli occhi il minimo indispensabile per vedere la reazione della sorella.
- Jeffrey, non dice lime in the cookies, ma lime in the coconut.
- Non è vero stai mentendo.
Jeffrey si spinge avanti sul bordo del suo sgabello, allunga i gomiti sul tavolo con le mani unite e si china verso la sua tazza tenendo gli occhi fissi in quelli di Malcolm.
- Non sto mentendo,l’avrò sentita almeno dieci volte in macchina con i genitori di Pat. E’ anche il titolo della canzone.
- Pat?
- Jeffrey!?
- Cosa?
- Coconut, cosa!?
- Sei maligno Malcolm.
- Parla di una donna che beve il lime da una noce di cocco, ma che poi ha bisogno di un dottore perché ha avuto una congestione o qualcosa del genere e alla fine dice a suo marito di svegliarla al mattino, ma visto che non si fida di lui inizia a strillare “un dottore un dottore” e tutte le persone che la sentono si chiedono cosa le sarà successo. Allora inizia a spargersi la voce che questa donna ha messo del lime in una noce di cocco.
Silenzio passa qualche secondo
- E’ solo perché tu sei al secondo anno di inglese che riesci a capire meglio queste cose, solo per questo.
- Certo, l’anno prossimo anche tu.
Senza smettere di fissarlo Jeffrey inclina la testa dalla parte della spalla sinistra, ma non dice niente.
- Perché mi guardi come un fenomeno della natura?
- E non ti ha fatto venire voglia di provarci?
Malcolm sposta lo sguardo sul pentolino del latte, si spinge indietro puntando i piedi contro il tavolo, toglie la mano sinistra dal suo rifugio e prende la tazza della sorella. Poi scende dallo sgabello con un salto.
- Sono uscito dall’infanzia Jeffrey.
Lei tira indietro le mani, si risolleva e inarca la schiena distendendo le spalle. Inizia un esercizio di retroversione addominale trattenendo il respiro per dieci secondi durante i quali fissa l’imbottitura della sedia di Malcolm riprendere la propria forma normale. Prova un attimo di disgusto nel percepire il peso fisico di suo fratello. Forse anche per mancanza di ossigeno. Sbuffa fuori l’aria e si gira per osservarlo alle prese col pentolino del latte.
- Dovresti smetterla di farmi pesare che sei nato un anno prima di me Malcolm.
- Un anno e cinque giorni
- Ti stai versando il latte nella mia tazza
- Sono stanco di vedermi trottolare dentro all’abisso.
- Cosa stai dicendo
- Non lo so, era una frase scritta nel bagno dell’autogrill.
- Sembra forte
- Già. E’ comodo far impressione sugli altri.
Venerdì mattina ponte festivo d’autunno scuole supermercati chiusi luce diffusa in cucina. Al centro della cucina Malcolm ha iniziato a fare colazione.
Rh+
-Il lime nei biscotti?
Venerdì mattina ponte festivo d’autunno scuole supermercati chiusi luce diffusa in cucina.
Al centro della cucina si allunga un piano su cui Jeffrey e Malcolm stanno preparando la colazione.
Entrambi ancora vestiti con il pigiama autunnale profumato di bucato.
Jeffrey si passa una mano nei capelli neri e annodati, si stropiccia l’occhio destro e guarda il fratello che sta giocherellando con la sua tazza.
- Quella è la mia tazza. Allora ce lo metti il lime nei biscotti?
- Lo so che è la tua tazza.
Sopra al pigiama Malcolm porta un maglione di cotone a maglie larghe color grigio scuro che sembra molto morbido, di almeno due taglie più grande. Sta seduto su uno sgabello di metallo alto con l’imbottitura bordeaux, lo sguardo fisso sulla tazza della sorella.
- Malcolm, il lime.
- Non so dov’è.
Fa girare la tazza con una mano, passa qualche secondo
- Vuoi davvero mettere il lime sui biscotti?
- Malcolm stai mentendo lo sai dov’è il lime.
- Non mi piace il lime perché vuoi mettere il lime sui biscotti
- Non SUI biscotti, NEI biscotti.
- Perché cosa cambia?
- Non lo so, qualcosa credo.
Parlando, Jeffrey si è lasciata incantare dalle dita del fratello che corrono sulla sua tazza. La guarda fare un giro, due giri, si dimentica di cosa stava dicendo. Si scuote, perplessa di come il fratello sia ebete.
- Malcolm!
- Cosa?
- è un testo di una canzone, dice di mettere del lime nei biscotti.
- Ah.
Lascia che la tazza finisca di girare facendo il bordo con le mani. Alza la testa e guarda la sorella solo con l’occhio sinistro socchiuso. Poi china la testa, si sfrega il palmo della mano sinistra contro l’occhio, la fa scendere stirandosi la guancia e infine la nasconde al caldo tra il sedere e l’imbottitura bordeaux dello sgabello. Si mette a fissare il bordo della tavola.
- E’ quella canzone che ascoltavate ieri tu e la mamma?
Alza la testa senza muovere il collo, ma apre tutti e due gli occhi il minimo indispensabile per vedere la reazione della sorella.
- Jeffrey, non dice lime in the cookies, ma lime in the coconut.
- Non è vero stai mentendo.
Jeffrey si spinge avanti sul bordo del suo sgabello, allunga i gomiti sul tavolo con le mani unite e si china verso la sua tazza tenendo gli occhi fissi in quelli di Malcolm.
- Non sto mentendo,l’avrò sentita almeno dieci volte in macchina con i genitori di Pat. E’ anche il titolo della canzone.
- Pat?
- Jeffrey!?
- Cosa?
- Coconut, cosa!?
- Sei maligno Malcolm.
- Parla di una donna che beve il lime da una noce di cocco, ma che poi ha bisogno di un dottore perché ha avuto una congestione o qualcosa del genere e alla fine dice a suo marito di svegliarla al mattino, ma visto che non si fida di lui inizia a strillare “un dottore un dottore” e tutte le persone che la sentono si chiedono cosa le sarà successo. Allora inizia a spargersi la voce che questa donna ha messo del lime in una noce di cocco.
Silenzio passa qualche secondo
- E’ solo perché tu sei al secondo anno di inglese che riesci a capire meglio queste cose, solo per questo.
- Certo, l’anno prossimo anche tu.
Senza smettere di fissarlo Jeffrey inclina la testa dalla parte della spalla sinistra, ma non dice niente.
- Perché mi guardi come un fenomeno della natura?
- E non ti ha fatto venire voglia di provarci?
Malcolm sposta lo sguardo sul pentolino del latte, si spinge indietro puntando i piedi contro il tavolo, toglie la mano sinistra dal suo rifugio e prende la tazza della sorella. Poi scende dallo sgabello con un salto.
- Sono uscito dall’infanzia Jeffrey.
Lei tira indietro le mani, si risolleva e inarca la schiena distendendo le spalle. Inizia un esercizio di retroversione addominale trattenendo il respiro per dieci secondi durante i quali fissa l’imbottitura della sedia di Malcolm riprendere la propria forma normale. Prova un attimo di disgusto nel percepire il peso fisico di suo fratello. Forse anche per mancanza di ossigeno. Sbuffa fuori l’aria e si gira per osservarlo alle prese col pentolino del latte.
- Dovresti smetterla di farmi pesare che sei nato un anno prima di me Malcolm.
- Un anno e cinque giorni
- Ti stai versando il latte nella mia tazza
- Sono stanco di vedermi trottolare dentro all’abisso.
- Cosa stai dicendo
- Non lo so, era una frase scritta nel bagno dell’autogrill.
- Sembra forte
- Già. E’ comodo far impressione sugli altri.
Venerdì mattina ponte festivo d’autunno scuole supermercati chiusi luce diffusa in cucina. Al centro della cucina Malcolm ha iniziato a fare colazione.
Rh+
venerdì
Linea Spark
Sieronegativo,nella mia vita sono stato lontano da pere e ricchioni.
Ce ne era uno,mi chiamava spesso.Diceva di volermi.Una notte mi chiamò era ubriaco,io già dormivo:
-Vengo da te..
-Vai a letto checca.
-Dai solo un assaggino,per farove!
-Sei morto bastardo non farti piu sentire,o....cazzo ti ammazzo.
Un mese dopo,squillò il telefono.Guardai la sveglia..
-Chi cazzo è-sussurrai-Pronto?
Voce da uomo:-Vengo da te..
-No vengo io da te!Esclamai.
-Sul serio???
-Certo,porto un mio amico,dice di chiamarsi Arnold.
-Lo sapevo,sei un maialone,ho occhio per queste cose!Disse.
-Allora arriviamo.
-Vi aspetto...mmm...
Il fatto che il mio amico Arnold arrecasse sul fianco la scritta Desert Eagle 5.0 mi era sfuggito.
3kg di peso,impugnatura antiscivolo,bilanciatura perfetta,lucido e carico...come sempre.
Diedi un sorso a qualcosa e schizzai in macchina.
Non chiamateli "raptus di follia" quando si uccide apparentemente senza motivo: c'è SEMPRE un motivo.
Roy Keane
Ce ne era uno,mi chiamava spesso.Diceva di volermi.Una notte mi chiamò era ubriaco,io già dormivo:
-Vengo da te..
-Vai a letto checca.
-Dai solo un assaggino,per farove!
-Sei morto bastardo non farti piu sentire,o....cazzo ti ammazzo.
Un mese dopo,squillò il telefono.Guardai la sveglia..
-Chi cazzo è-sussurrai-Pronto?
Voce da uomo:-Vengo da te..
-No vengo io da te!Esclamai.
-Sul serio???
-Certo,porto un mio amico,dice di chiamarsi Arnold.
-Lo sapevo,sei un maialone,ho occhio per queste cose!Disse.
-Allora arriviamo.
-Vi aspetto...mmm...
Il fatto che il mio amico Arnold arrecasse sul fianco la scritta Desert Eagle 5.0 mi era sfuggito.
3kg di peso,impugnatura antiscivolo,bilanciatura perfetta,lucido e carico...come sempre.
Diedi un sorso a qualcosa e schizzai in macchina.
Non chiamateli "raptus di follia" quando si uccide apparentemente senza motivo: c'è SEMPRE un motivo.
Roy Keane
martedì
giovedì
Fly silk e pil
La lotta con le zanzare è impari, ne schiacci una e ne spunta fuori un'altra, la stessa di prima, reincarnata, nessuna della sua famiglia è in lutto, e poi non ha famiglia, lei, ma solo il tuo sangue da succhiare.
Battaglia dopo battaglia.
Splat, presa, fanculo, l'intonaco del muro mostra la refurtiva: poltiglia di mosquito, e sangue mio.
Rum
Battaglia dopo battaglia.
Splat, presa, fanculo, l'intonaco del muro mostra la refurtiva: poltiglia di mosquito, e sangue mio.
Rum
mercoledì
Capitolo 1 "Oggi,la situazione"
Il lettore vorrà concedermi di fornire solo poche notizie chiare e precise su questo periodo della vita di Ermete(nome di pura fantasia).
Non è che le notizie non arriveranno,al contrario;ma forse ciò che egli vide a maggio dell'anno scorso è troppo nero per le tinte moderate che abbiamo cercato di conservare a queste pagine.
Beatrice,nome di fantasia attribuito dallo scrittore a LEI,
apparve a maggio.
La sua fisionomia sarebbe bastata da sola, a ispiragli una gioia eterna.
Era uno strano miscuglio di inquietudine e delusione.
Ermete otteneva scarsi risultati nei tentativi di rendere ipocriti i suoi gesti:egli cadde in momenti di disgusto e perfino di profondo scoraggiamento.
Non aveva successo.
Ermete Trismegisto
martedì
Ti ammazzo
Roberto dit :
io cmq continuo a scrivere in flusso di coscienza
Roberto dit :
cosa vuoi?
Roberto dit :
chi 6?
Roberto dit :
dove vai?
Roberto dit :
xké?
Roberto dit :
domande di cui non conosco la risposta
Roberto dit :
316
Roberto dit :
A milano
Roberto dit :
bianco e blu
Roberto dit :
risposte di cui non conosco la domanda
Roberto dit :
adesso devo andare a fare la doccia quindi sarebbe bello se rispondessi in un tempo ragionevole
Roberto dit :
ma so che non accadrà
Roberto dit :
cmq è un po' che non mi faccio la barba e mia madre si preoccupa e poi parla dei ponti di calatrava
Roberto dit :
che a me e mio padre non ce ne fraga niente
Roberto dit :
è stato un piacere parlare con me
Roberto dit :
ci sentiamo
Roberto dit :
accarezzo un po la tastiera
Roberto dit :
bye bye
Roberto dit :
se scrivo cosi non compare nessuna stupida animoticon
Marin Faliero
io cmq continuo a scrivere in flusso di coscienza
Roberto dit :
cosa vuoi?
Roberto dit :
chi 6?
Roberto dit :
dove vai?
Roberto dit :
xké?
Roberto dit :
domande di cui non conosco la risposta
Roberto dit :
316
Roberto dit :
A milano
Roberto dit :
bianco e blu
Roberto dit :
risposte di cui non conosco la domanda
Roberto dit :
adesso devo andare a fare la doccia quindi sarebbe bello se rispondessi in un tempo ragionevole
Roberto dit :
ma so che non accadrà
Roberto dit :
cmq è un po' che non mi faccio la barba e mia madre si preoccupa e poi parla dei ponti di calatrava
Roberto dit :
che a me e mio padre non ce ne fraga niente
Roberto dit :
è stato un piacere parlare con me
Roberto dit :
ci sentiamo
Roberto dit :
accarezzo un po la tastiera
Roberto dit :
bye bye
Roberto dit :
se scrivo cosi non compare nessuna stupida animoticon
Marin Faliero
sabato
Eyeliner
L’elefante bianco più trippone di Monaco degusta la sua ignoranza ignorandola. Lei, la sorella-troia è quella della famiglia che spicca per moralità. Dei tre. Il terzo è schiattato a quindic’anni accoltellato dalle radiazioni di un bambino di Cernobil. Non sapeva neanche come si scriveva Cernobil e gli ha detto russo di merda – questo qui c’aveva perso i genitori e ha dato di matto. Dei due, adesso, lei ha un po’ di senso di colpa per la vecchia. Le hanno tolto il guscio, alla tartaruga, facendola morta prima del tempo. Non sono gesti che lasciano l’anima asciutta e il fiato leggero. A meno che tu non sia un trippone alcolista che ha seppellito il cervello al posto del cuore. E il cuore se lo è fatto perché non riusciva a trovare niente di meglio. Dirk, per la precisione. Si chiama Dirk l’elefante di Monaco di Baviera. “Me ne fotto” dice alla sorella. Lei attacca a lavorare alle dieci e non si toglie i sudici fili dell’I-pod dalle orecchie rosse e sudate. Ascolta Love dei Cult e gli fa schifo. Calcola con cinismo che parlare con lui (o anche ascoltare i Cult) è un impiego del tempo meno utile che farsi chiavare dai vecchi. “Ma vuole tornare a casa.” Butta lì. “La morta?” domanda lui, preparandosi una striscia che giustificherà finalmente la presenza di una proboscide infilata in mezzo agli occhi. “Senti – aggiunge – è come se Napoleone bussasse alla porta di Chirrrrac.” Poi aggiusta la neve sullo specchio. Love. The Cult. Chinati. Te li ascolti i Warsaw? Non è che se li ascolti devi essere dark. Ma tutti i dark ascoltano i Warsaw. Non mi convince sta storia gli ho detto. Il chiodo nero ieri diceva così mentre lo guardavo fisso nelle costole. Non posso mettermi l’eyeliner spesso e nero se non ascolto i Warsaw. Ho un amico che li ascolta e si veste da freakettone, gli ho risposto mentendo con la mezza bocca vuota. Ma non è questo il punto, ha detto mentre godeva schifidamente. Non è una proprietà transitiva. E neanche l’essere una troia ti permette di fare la dark se non ascolti i Warsaw. Love. The Cult. È l’unico disco un po’ così che ho nell’ai-pod. Mi ha fatto sentire una bambina. Cos’è che sta dicendo sto coglione? Ah, politica. “Comunque c’è Sarkozzzi. Non Chirrrac. Trippone disinformato.” Gli risponde. Non ha più voglia di parlare con lui. Deve andare a edificarsi come quei mostri edilizi una cultura musicale per potersi vestire come le pare e stendere il bucato dell’eyeliner in libertà. Dirk aspira forte con quella proboscide. “È come se Napoleone resuscitasse e pretendesse di vivere i suoi ultimi giorni nell’impero francese. – sbraita – L’impero francese non esiste più. E a me non me ne sbatte un cazzo della vecchia. Lasciamola là a morire e a resussscitare tutte le volte che può.”
“Potevi aspettare a venderle la baracca per comprarti quel camion del cazzo.” Prova a farlo sentire in colpa. Niente. Nessuna risposta. Guarda le lancette nere saltellare avanti come un bambino alla corsa nei sacchi del catechismo. Quella più cicciona e lenta è la più inquietante. Allora che fa, Eyeliner-Evelyn? Butta il numero del ricovero nel sacco del rusco e va a rifarsi chiavare.
Mr.Hac
“Potevi aspettare a venderle la baracca per comprarti quel camion del cazzo.” Prova a farlo sentire in colpa. Niente. Nessuna risposta. Guarda le lancette nere saltellare avanti come un bambino alla corsa nei sacchi del catechismo. Quella più cicciona e lenta è la più inquietante. Allora che fa, Eyeliner-Evelyn? Butta il numero del ricovero nel sacco del rusco e va a rifarsi chiavare.
Mr.Hac
martedì
Kark Mode
Kark Mode si stappa una Moretti del cazzo che è depresso.
Va giù come la vocina coscienziosa dell’orologio che sembra ricordarglielo –ore su giorno –ore su settimana –ore su mese –ore su qualche unità di inutile misura inglese
Dipende assolutamente da quante ore dedichi al giorno. Da quanti secondi su minuto. Non sono quisquiglie, Kark Mode lo sa, lo intende con esattezza, e ciò lo fa ancora più incazzare.
Chissà se Steven Bent ci crede davvero, o lo sta soltanto prendendo in giro. Potrebbe essere, del resto non sta scritto da nessuna parte che lui, Kark Mode coglione qualunque nato in un luogo periferico bevitore ironico di Moretti ironiche, proprio lui sia così naturale e fedifrago nei confronti del concetto di rapporto –ore su vita. Non sta scritto da nessuna parte, Kark.
Eppure la gente si fa fregare e ci crede, che a lui importi veramente e stia facendo del suo meglio. O soltanto glielo fa sembrare, che ci crede. E invece l’ha capito, a Kark Mode, che è solo uno svogliato del cazzo. Ciò sarebbe un dannato problema, pensa riflesso nel vetro della Moretti. Ancora peggio che se chiudessero gli spacci di roba usata lercia e piena di fichissime tarme.
Numero verde. 800-1859.00 Dall’altra parte ci potrebbe essere una ragazzina che si innamorerebbe di lui, o di Steven Bent, o di Tyler Quine, o di tutti gli altri falliti che popolano l’universo delle poste italiane del cazzo. Lui è la mente, Kark Mode, La Mente. È così che dovrebbero chiamarlo. La Mente. Perché oltre ad avere idee per tutti è capace anche di mentire, e di fare giochetti linguistici di uno che ha studiato e sta sprecando il suo tempo a truffare gente già truffata dal tempo. Non ha alcun senso che le birre Moretti abbiano un numero verde. 800-1859.00 -chiamare una centralinista e dirgli che sei depresso, sei Kark Mode, sei La Mente.
Hai un talento eccezionale che marcisce su un accampamento pilota sulla luna del passato perché ti accontenti di dedicare un ora ogni giorno –per non scoprire che sono tutte cazzate. Kark Mode potrebbe gestire una nazione, La Mente, come gestisce il buio e i soldi vecchi di un ufficio postale e i suoi ministri falliti –cazzate.
Tutte le novità positive nascoste dietro agli angoli –sembra che siamo finiti in un mondo tondo, senza angoli di merda da cui spunta, che ne so, una bella bambina da pensare: quando sarà grande e io sarò vecchio e sposato, lei sarà la mia amante. Kark Mode, il geniale eroe di una banda di postini, con una moglie bella e innamorata, un appartamento in affitto in periferia e un’amante di 12 anni. E una Moretti di merda finita.
Adesso Kark Mode deve andare, ne stapperà un’altra in macchina che è depresso. Dicono sia bravo a parlare con i vecchi e ad accompagnarli allo sportello, dove Steven Bent, da dietro il vetro, gli fa credere ogni volta che lo adora, per la sua faccia tosta che studierai tutto il giorno per essere così naturale, e poi Tyler Quine incassa e divide –ore diviso giorni –minuti diviso ore –secondi diviso minuti.
Provate a farlo mentre eclissate dimenticati affanculo. È sempre uno zero virgola.
Va giù come la vocina coscienziosa dell’orologio che sembra ricordarglielo –ore su giorno –ore su settimana –ore su mese –ore su qualche unità di inutile misura inglese
Dipende assolutamente da quante ore dedichi al giorno. Da quanti secondi su minuto. Non sono quisquiglie, Kark Mode lo sa, lo intende con esattezza, e ciò lo fa ancora più incazzare.
Chissà se Steven Bent ci crede davvero, o lo sta soltanto prendendo in giro. Potrebbe essere, del resto non sta scritto da nessuna parte che lui, Kark Mode coglione qualunque nato in un luogo periferico bevitore ironico di Moretti ironiche, proprio lui sia così naturale e fedifrago nei confronti del concetto di rapporto –ore su vita. Non sta scritto da nessuna parte, Kark.
Eppure la gente si fa fregare e ci crede, che a lui importi veramente e stia facendo del suo meglio. O soltanto glielo fa sembrare, che ci crede. E invece l’ha capito, a Kark Mode, che è solo uno svogliato del cazzo. Ciò sarebbe un dannato problema, pensa riflesso nel vetro della Moretti. Ancora peggio che se chiudessero gli spacci di roba usata lercia e piena di fichissime tarme.
Numero verde. 800-1859.00 Dall’altra parte ci potrebbe essere una ragazzina che si innamorerebbe di lui, o di Steven Bent, o di Tyler Quine, o di tutti gli altri falliti che popolano l’universo delle poste italiane del cazzo. Lui è la mente, Kark Mode, La Mente. È così che dovrebbero chiamarlo. La Mente. Perché oltre ad avere idee per tutti è capace anche di mentire, e di fare giochetti linguistici di uno che ha studiato e sta sprecando il suo tempo a truffare gente già truffata dal tempo. Non ha alcun senso che le birre Moretti abbiano un numero verde. 800-1859.00 -chiamare una centralinista e dirgli che sei depresso, sei Kark Mode, sei La Mente.
Hai un talento eccezionale che marcisce su un accampamento pilota sulla luna del passato perché ti accontenti di dedicare un ora ogni giorno –per non scoprire che sono tutte cazzate. Kark Mode potrebbe gestire una nazione, La Mente, come gestisce il buio e i soldi vecchi di un ufficio postale e i suoi ministri falliti –cazzate.
Tutte le novità positive nascoste dietro agli angoli –sembra che siamo finiti in un mondo tondo, senza angoli di merda da cui spunta, che ne so, una bella bambina da pensare: quando sarà grande e io sarò vecchio e sposato, lei sarà la mia amante. Kark Mode, il geniale eroe di una banda di postini, con una moglie bella e innamorata, un appartamento in affitto in periferia e un’amante di 12 anni. E una Moretti di merda finita.
Adesso Kark Mode deve andare, ne stapperà un’altra in macchina che è depresso. Dicono sia bravo a parlare con i vecchi e ad accompagnarli allo sportello, dove Steven Bent, da dietro il vetro, gli fa credere ogni volta che lo adora, per la sua faccia tosta che studierai tutto il giorno per essere così naturale, e poi Tyler Quine incassa e divide –ore diviso giorni –minuti diviso ore –secondi diviso minuti.
Provate a farlo mentre eclissate dimenticati affanculo. È sempre uno zero virgola.
Mr. Tan-Min
domenica
Due ragni qualunque
Eravamo io e quest’uomo
in Arizona
durante l’ondata di caldo dell’estate 1974,
l’estate in cui tutte le piscine nello State erano state vuotate,
più o meno come la nostra fiducia nell’uomo
l’uomo che spiava sapendo che lo stavano facendo con lui.
In Arizona.
Mi stava raccontando i suoi perché
E avevo orecchie roventi
quando paura e delirio,
Paura e Delirio,
si presentano come Scorpione e Linea Rossa
sul mio sentiero Apache.
Mi stava giusto dicendo come,
quando ecco il sole
sorgere di nuovo.
Yahaaahh maaaaan!
Yahoooo Red Light
Red Light maaaaan!
Fu questo ciò che dissi
perché era questo ciò che vedevo.
In Arizona, man.
Estate 1974.
Erano paura e delirio,
Paura e Delirio,
a presentarsi da quelle parti
non due ragni qualunque,
presenze floreali,
o il nostro Signore.
Yehaaaahh maaaaan!
Come on with me!
Eravamo quest’uomo sudato ed io
a parlare dei nostri affari,
di come il mio lavoro completasse il suo.
E=mc² dissi
all’uomo grondante di sudore
che non si era tolto la camicia
Lontano dal sentiero Apache
le piscine traboccavano di orecchie roventi
E Scorpione e Red Line ne bruciavano altre
sapendo che noi stavamo facendo lo stesso.
Maurice Schorr
in Arizona
durante l’ondata di caldo dell’estate 1974,
l’estate in cui tutte le piscine nello State erano state vuotate,
più o meno come la nostra fiducia nell’uomo
l’uomo che spiava sapendo che lo stavano facendo con lui.
In Arizona.
Mi stava raccontando i suoi perché
E avevo orecchie roventi
quando paura e delirio,
Paura e Delirio,
si presentano come Scorpione e Linea Rossa
sul mio sentiero Apache.
Mi stava giusto dicendo come,
quando ecco il sole
sorgere di nuovo.
Yahaaahh maaaaan!
Yahoooo Red Light
Red Light maaaaan!
Fu questo ciò che dissi
perché era questo ciò che vedevo.
In Arizona, man.
Estate 1974.
Erano paura e delirio,
Paura e Delirio,
a presentarsi da quelle parti
non due ragni qualunque,
presenze floreali,
o il nostro Signore.
Yehaaaahh maaaaan!
Come on with me!
Eravamo quest’uomo sudato ed io
a parlare dei nostri affari,
di come il mio lavoro completasse il suo.
E=mc² dissi
all’uomo grondante di sudore
che non si era tolto la camicia
Lontano dal sentiero Apache
le piscine traboccavano di orecchie roventi
E Scorpione e Red Line ne bruciavano altre
sapendo che noi stavamo facendo lo stesso.
Maurice Schorr
Pesci Rossi
Ecco, sarebbe come se ci mettessimo a discutere sui romeni che suonano per le strade.
Dico, R-O-M-E-N-I, rom, zingari, accattoni, stracciopopolo, vainvacanza. Ma non su quelli dei portici di Bologna bensì di via Montessori. Con pantaloni cammello che chiedono l'elemosina a chiare sillabe, marciando a zigzag con tipico fare fraudolento. Mi da moneta signore per mangiare grazie signore buona domenica.
Dai vai a dargli qualcosa che si è fermato qui davanti. Vuoi un panino ho dell'acqua. Una cintura ce l'hai? si. no. non dargli quella che dopo con cosa ti metti i pantaloni marroni? Dai cazzo fila via mi guardano tutti.
Sentite non ne ho voglia. Non si può parlare di queste cose che dopo mi viene giù perciò mi spiegherò in un altro modo. Terapeutico. Miei cari signori. Voialtri dovreste smetterla di guardarmi così.
Tipo:
A.
B.
C.
In definitiva esistono tre tipi di persone. Gli artisti i mediatori e gli operai.
Il modello artista è self oriented
Il modello mediatore è both oriented
Il modello operaio è dis oriented
Tanto per fare un esempio nel caso dei pantaloni cammello osserviamo un approccio artistico al Problema Comune (d'ora in poi PC). La fame.
Quando andavo a caccia di Tucani nel Borneo, con il mio buffissimo cappello di Antilope, ero solito guardare a pieni polmoni lo strano modo di riprodursi dei selvaggi Mao Mao. Il maschio si trova allineato con gli altri secondo una scala crescente, nell'apertura . Dal più basso al più alto. E' da notare che presso i selvaggi Mao Mao la stazza fisica non conta, l'altezza è l'unica discriminante. Dunque tutti i giovani della stessa età si ritrovano nel Grande Giorno della Riproduzione (d'ora in poi GGR) allineati come detto sopra. Quelli che hanno la stessa altezza si dispongono l'uno dietro l'altro, in ordine di arrivo, tipo Riserve. Le donne sono allineate di fronte secondo lo stesso principio. Ma ormai non conta più, immaginatevi che siano dei pesci rossi.
Dei pesci rossi in un acquario 20x30x40 con fondo ghiaiato e una piantina che ossigena l'acqua. I pesciolini non hanno di che mangiare perciò muoiono. Se ci fosse una mano divina a dispensare cibo, il giochino sarebbe perfetto. Il pesce X mangia, caca, muore il che (ultimi due passaggi) mantiene vivo l'ecosistema: concimando la piantina si ricarica l'acqua di ossigeno e l'universo 20x30x40 si prende gioco di noialtri dall'altezza dei suoi 0.024 metri cubi di infinito. Ma quella mano divina non esiste.
E questo i Mao Mao lo sanno benissimo.
Perciò nascono i tre tipi di individui a contendersi la soglia attraverso le loro tre caratteristiche armi, ossia rispettivamente la fuga, la logica e il numero. Ma questo è un altro discorso.
Rasper Puck
Dico, R-O-M-E-N-I, rom, zingari, accattoni, stracciopopolo, vainvacanza. Ma non su quelli dei portici di Bologna bensì di via Montessori. Con pantaloni cammello che chiedono l'elemosina a chiare sillabe, marciando a zigzag con tipico fare fraudolento. Mi da moneta signore per mangiare grazie signore buona domenica.
Dai vai a dargli qualcosa che si è fermato qui davanti. Vuoi un panino ho dell'acqua. Una cintura ce l'hai? si. no. non dargli quella che dopo con cosa ti metti i pantaloni marroni? Dai cazzo fila via mi guardano tutti.
Sentite non ne ho voglia. Non si può parlare di queste cose che dopo mi viene giù perciò mi spiegherò in un altro modo. Terapeutico. Miei cari signori. Voialtri dovreste smetterla di guardarmi così.
Tipo:
A.
B.
C.
In definitiva esistono tre tipi di persone. Gli artisti i mediatori e gli operai.
Il modello artista è self oriented
Il modello mediatore è both oriented
Il modello operaio è dis oriented
Tanto per fare un esempio nel caso dei pantaloni cammello osserviamo un approccio artistico al Problema Comune (d'ora in poi PC). La fame.
Quando andavo a caccia di Tucani nel Borneo, con il mio buffissimo cappello di Antilope, ero solito guardare a pieni polmoni lo strano modo di riprodursi dei selvaggi Mao Mao. Il maschio si trova allineato con gli altri secondo una scala crescente, nell'apertura . Dal più basso al più alto. E' da notare che presso i selvaggi Mao Mao la stazza fisica non conta, l'altezza è l'unica discriminante. Dunque tutti i giovani della stessa età si ritrovano nel Grande Giorno della Riproduzione (d'ora in poi GGR) allineati come detto sopra. Quelli che hanno la stessa altezza si dispongono l'uno dietro l'altro, in ordine di arrivo, tipo Riserve. Le donne sono allineate di fronte secondo lo stesso principio. Ma ormai non conta più, immaginatevi che siano dei pesci rossi.
Dei pesci rossi in un acquario 20x30x40 con fondo ghiaiato e una piantina che ossigena l'acqua. I pesciolini non hanno di che mangiare perciò muoiono. Se ci fosse una mano divina a dispensare cibo, il giochino sarebbe perfetto. Il pesce X mangia, caca, muore il che (ultimi due passaggi) mantiene vivo l'ecosistema: concimando la piantina si ricarica l'acqua di ossigeno e l'universo 20x30x40 si prende gioco di noialtri dall'altezza dei suoi 0.024 metri cubi di infinito. Ma quella mano divina non esiste.
E questo i Mao Mao lo sanno benissimo.
Perciò nascono i tre tipi di individui a contendersi la soglia attraverso le loro tre caratteristiche armi, ossia rispettivamente la fuga, la logica e il numero. Ma questo è un altro discorso.
Rasper Puck
martedì
lunedì
Doctors in R.E.
Lollo Pastafrollo: “Cosa vado a comprare?”
Frattura Plot: “Gnocco”
[N.d.A. nel reggiano la variazione linguistica gnocco sta a indicare l’alimento meglio noto nel resto del territorio italico col nome di focaccia]
Sourmash: “Invita la tipa del supermercato a mangiare le crepes!”
Lollo Pastafrollo: “Facciamo così, (pausa) vi porto a casa gnocco e gnocca (ride)”
[N.d.A. nel reggiano la variazione linguistica gnocca sta a indicare l’alimento meglio noto nel resto del territorio italico col nome di vagina]
Sourmash (prestando -poca- attenzione al telefono che squilla): “Oh mi sta chiamando il violento (esce)”
Lollo Pastafrollo: “Io vado. Voi però mettete a posto tutto eh. Che se vengono delle ragazze non possono vedere questo schifo di disordine. Cazzo tu Emu butti tutte le cose lì (guardandosi intorno) non hai rispetto (pausa) per te stesso.”
Frattura Plot: “Ma daaaai. Le montanare sono delle grezzone. Entreranno qui e si metteranno a ruttare e scoreggiare chiedendo dov’è la birra.”
Secco Jones: “E noi ce l’abbiamo la birra?”
Lollo Pastafrollo: “C’è solo il barile da 5 litri ma io non lo aprirei. Andiamo a casa domani. Non lo finiamo (esce).”
Secco Jones: “Io lo aprirei (ride)”
Kid-A: “Secondo me alle tipe interessa più la birra dell’ordine. (pausa) Ma un altra cosa gli interessa più di tutto (ride)”
Sourmash: “OHHH. (rientrando) Il violento e Marin Faliero si sono laureati!”
Coro: “Bravi bravi. Dottori. Ehhh. Sfigaaaaaati. Ahhh.”
Alla sera. Dopo che hanno riordinato grossolanamente, apparecchiato sul balcone e preparato tutto per le crepes.
Secco Jones: “A che ora arrivano le tipe?”
Kid-A: “Alle ottoemmezza. Le aspettiamo a mangiare gli spaghetti aglio e olio?”
Secco Jones: “Si freddano”
Kid-A: “Va bè mangiamo. (guardando Frattura Plot) Oh ma togli quei piedi pieni di calli dalla tavola. (pausa) Cazzo se siamo maleducati.”
Secco Jones: “Magari le due amiche sono anche carine e noi siamo qua che puzziamo d’aglio.”
Kid-A: “Meglio se sono carine che ce le trombiamo tutta la sera”
Frattura Plot: “Le montanare sono facili.”
Kid-A: “Che troie. (guardandosi intorno) Bè, noi non diamo un gran esempio di cittadini.”
Frattura Plot: “(a Sourmash) Il nostro fallimento come uomini presto sarà condiviso da altre persone”
Sourmash: “Il problema è che non lo possiamo mascherare e sai perché? Perché viviamo in una società capitalistica avanzata.”
Lollo Pastafrollo: “AHHHHHHHHHHHHH. (entrando) Le tipe non vengono. Spegnete quella musica che sono nervoso”
Testimonianza di Frattura Plot
Frattura Plot: “Gnocco”
[N.d.A. nel reggiano la variazione linguistica gnocco sta a indicare l’alimento meglio noto nel resto del territorio italico col nome di focaccia]
Sourmash: “Invita la tipa del supermercato a mangiare le crepes!”
Lollo Pastafrollo: “Facciamo così, (pausa) vi porto a casa gnocco e gnocca (ride)”
[N.d.A. nel reggiano la variazione linguistica gnocca sta a indicare l’alimento meglio noto nel resto del territorio italico col nome di vagina]
Sourmash (prestando -poca- attenzione al telefono che squilla): “Oh mi sta chiamando il violento (esce)”
Lollo Pastafrollo: “Io vado. Voi però mettete a posto tutto eh. Che se vengono delle ragazze non possono vedere questo schifo di disordine. Cazzo tu Emu butti tutte le cose lì (guardandosi intorno) non hai rispetto (pausa) per te stesso.”
Frattura Plot: “Ma daaaai. Le montanare sono delle grezzone. Entreranno qui e si metteranno a ruttare e scoreggiare chiedendo dov’è la birra.”
Secco Jones: “E noi ce l’abbiamo la birra?”
Lollo Pastafrollo: “C’è solo il barile da 5 litri ma io non lo aprirei. Andiamo a casa domani. Non lo finiamo (esce).”
Secco Jones: “Io lo aprirei (ride)”
Kid-A: “Secondo me alle tipe interessa più la birra dell’ordine. (pausa) Ma un altra cosa gli interessa più di tutto (ride)”
Sourmash: “OHHH. (rientrando) Il violento e Marin Faliero si sono laureati!”
Coro: “Bravi bravi. Dottori. Ehhh. Sfigaaaaaati. Ahhh.”
Alla sera. Dopo che hanno riordinato grossolanamente, apparecchiato sul balcone e preparato tutto per le crepes.
Secco Jones: “A che ora arrivano le tipe?”
Kid-A: “Alle ottoemmezza. Le aspettiamo a mangiare gli spaghetti aglio e olio?”
Secco Jones: “Si freddano”
Kid-A: “Va bè mangiamo. (guardando Frattura Plot) Oh ma togli quei piedi pieni di calli dalla tavola. (pausa) Cazzo se siamo maleducati.”
Secco Jones: “Magari le due amiche sono anche carine e noi siamo qua che puzziamo d’aglio.”
Kid-A: “Meglio se sono carine che ce le trombiamo tutta la sera”
Frattura Plot: “Le montanare sono facili.”
Kid-A: “Che troie. (guardandosi intorno) Bè, noi non diamo un gran esempio di cittadini.”
Frattura Plot: “(a Sourmash) Il nostro fallimento come uomini presto sarà condiviso da altre persone”
Sourmash: “Il problema è che non lo possiamo mascherare e sai perché? Perché viviamo in una società capitalistica avanzata.”
Lollo Pastafrollo: “AHHHHHHHHHHHHH. (entrando) Le tipe non vengono. Spegnete quella musica che sono nervoso”
Testimonianza di Frattura Plot
Equipe
Sourmash: “è un motto che funziona sempre”
Frattura Plot: “Cosa?”
Sourmash: “Viviamo in una società capitalistica avanzata”
Frattura Plot: “Ma baaasta. Non sei mica Jacopo Leone!”
Lollo Pastafrollo: “Cosa significa con quello che stavamo dicendo?”
Sourmash: “Il libro che sto leggendo sostiene che nella società capitalistica avanzata in cui viviamo i rapporti personali sono basati solo sullo scambio. Su ciò che uno ha da dare
Lollo Pastafrollo: “Soldi?”
Sourmash: “No, non solo. Ciò che vuol dire è che una persona ha dei rapporti personali solo in base a ciò che può dare agli altri. Non so, qualsiasi cosa. È il motivo per cui non ci sono più le famiglie patriarcali. Perché i vecchi non hanno un cazzo da dare. È il motivo per cui anche le amicizie finiscono quando cambiano gli interessi. Non è più concepita l’idea che uno cresca e continui a vivere con le stesse persone solo perché è così”
Kid-A: “Hai ragione, in questo esame io sto studiando i conflitti e
Secco Jones (interrompendolo): “Ma se prendi il sole e fai i cruciverba!”
Kid-A: “Perché c’è troppo sole. (pausa) Fai una sfida a ping pong?”
Secco Jones: “Hmm. Okkei”
Lollo Pastafrollo: “Può essere, Sciatz”
Sourmash: “Ad esempio è il motivo per cui gli andicappati se li filano solo i cattolici (ride)”
Lollo Pastafrollo: “Eh no è! Perché cosa danno di materiale gli andicappati ai cattolici? Noi lo facciamo perché ci crediamo. Non per avere qualcosa in cambio. È così ragazzi.”
Frattura Plot: “Ne abbiamo parlato tante volte dai”
Lollo Pastafrollo: “Ma perché non volete capire? Spendersi per gli altri. È l’unico modo per non perdere tempo, per dare un senso alla propria vita. Spendersi per gli altri.”
Sourmash: “Per me chi si spende per gli altri non è diverso da chi gioca tutto il giorno alla Playstation”
Frattura Plot: “Sei un baluardo del relativismo (ride)”
Lollo Pastafrollo: “No. Ecco. A voi piace riempirvi la bocca delle parole. Ma non capite che è l’unica strada possibile. Guardate questo paesaggio (esce sul balcone) come fai a non credere in Dio con questo paesaggio?”
Frattura Plot: “Come fai a crederci?! È destinata ad essere distrutta questa bellezza. Come noi. E ne rinasceranno altre.”
Secco Jones: “(tornando in sala per prendere un pezzo di gnocco) La vita eterna è una stupida consolazione (esce di nuovo)”
Lollo Pastafrollo: “A me non interessa la vita eterna l’ho già detto. Io vi dico che credo nel vangelo perché mi fa stare bene e ci trovo un riscontro nella realtà. Una cosa è credere che Gesù è un personaggio storico, e dicono che sia Dio e (si ferma)
Tutti si mettono a ridere
Frattura Plot: “E dicono che sia Dio, bellissima! Questa frase la scrivo”
Lollo Pastafrollo: “No tu non puoi scriverla. Mi è uscita male. (pausa) Io ti denuncio.”
Testimonianza di Frattura Plot.
Frattura Plot: “Cosa?”
Sourmash: “Viviamo in una società capitalistica avanzata”
Frattura Plot: “Ma baaasta. Non sei mica Jacopo Leone!”
Lollo Pastafrollo: “Cosa significa con quello che stavamo dicendo?”
Sourmash: “Il libro che sto leggendo sostiene che nella società capitalistica avanzata in cui viviamo i rapporti personali sono basati solo sullo scambio. Su ciò che uno ha da dare
Lollo Pastafrollo: “Soldi?”
Sourmash: “No, non solo. Ciò che vuol dire è che una persona ha dei rapporti personali solo in base a ciò che può dare agli altri. Non so, qualsiasi cosa. È il motivo per cui non ci sono più le famiglie patriarcali. Perché i vecchi non hanno un cazzo da dare. È il motivo per cui anche le amicizie finiscono quando cambiano gli interessi. Non è più concepita l’idea che uno cresca e continui a vivere con le stesse persone solo perché è così”
Kid-A: “Hai ragione, in questo esame io sto studiando i conflitti e
Secco Jones (interrompendolo): “Ma se prendi il sole e fai i cruciverba!”
Kid-A: “Perché c’è troppo sole. (pausa) Fai una sfida a ping pong?”
Secco Jones: “Hmm. Okkei”
Lollo Pastafrollo: “Può essere, Sciatz”
Sourmash: “Ad esempio è il motivo per cui gli andicappati se li filano solo i cattolici (ride)”
Lollo Pastafrollo: “Eh no è! Perché cosa danno di materiale gli andicappati ai cattolici? Noi lo facciamo perché ci crediamo. Non per avere qualcosa in cambio. È così ragazzi.”
Frattura Plot: “Ne abbiamo parlato tante volte dai”
Lollo Pastafrollo: “Ma perché non volete capire? Spendersi per gli altri. È l’unico modo per non perdere tempo, per dare un senso alla propria vita. Spendersi per gli altri.”
Sourmash: “Per me chi si spende per gli altri non è diverso da chi gioca tutto il giorno alla Playstation”
Frattura Plot: “Sei un baluardo del relativismo (ride)”
Lollo Pastafrollo: “No. Ecco. A voi piace riempirvi la bocca delle parole. Ma non capite che è l’unica strada possibile. Guardate questo paesaggio (esce sul balcone) come fai a non credere in Dio con questo paesaggio?”
Frattura Plot: “Come fai a crederci?! È destinata ad essere distrutta questa bellezza. Come noi. E ne rinasceranno altre.”
Secco Jones: “(tornando in sala per prendere un pezzo di gnocco) La vita eterna è una stupida consolazione (esce di nuovo)”
Lollo Pastafrollo: “A me non interessa la vita eterna l’ho già detto. Io vi dico che credo nel vangelo perché mi fa stare bene e ci trovo un riscontro nella realtà. Una cosa è credere che Gesù è un personaggio storico, e dicono che sia Dio e (si ferma)
Tutti si mettono a ridere
Frattura Plot: “E dicono che sia Dio, bellissima! Questa frase la scrivo”
Lollo Pastafrollo: “No tu non puoi scriverla. Mi è uscita male. (pausa) Io ti denuncio.”
Testimonianza di Frattura Plot.
martedì
Premonizione
Pensate ci sia qualcosa di peggio del sospetto che tua madre e la tua ragazza complottino alle tue spalle?
Marin Faliero
Marin Faliero
Distruzione
L’amarezza, dopo aver appoggiato la cornetta, si fa largo fra il mio sbeffeggiante ego. Il desiderio di vendetta per un torto subito è immenso. Ancor più se il suddetto torto non è considerato tale da chi l’ha commesso. Il quale anzi fa notare con stupore la sua immutata limpidezza d’animo.
La consapevolezza di aver fatto tutto da solo, di essermi offeso da solo, accresce il desiderio di rivalsa verso l’amico innocente. Ciò che mi sta più sul cazzo è appunto non aver scosso le spalle come faccio sempre con tutti. L’essermi costruito un castello di entusiasmo su una certa iniziativa NonNecessaria (che presuppone la collaborazione di altri) mi ha reso per un attimo appunto dipendente dagli altri. E ciò è un grave errore. Una debolezza irripetibile che andava purificata con un gesto di innata follia. Distruggere tutto, appunto.
Accarezzare la magnifica brezza che ero solito provare, durante tutta l’adolescenza, quando mandavo all’aria qualcosa di anche mio, per rabbia, per impulso, perché avevo perso totalmente il controllo, mi riempie di fervore. Agisco spesso così, amo il sapore acre dell'irrequietezza che mi pervade le membra. Com’è bello esplodere, gettare il cappello per aria. È la libertà assoluta che adoro sfiorare.
La consapevolezza di aver fatto tutto da solo, di essermi offeso da solo, accresce il desiderio di rivalsa verso l’amico innocente. Ciò che mi sta più sul cazzo è appunto non aver scosso le spalle come faccio sempre con tutti. L’essermi costruito un castello di entusiasmo su una certa iniziativa NonNecessaria (che presuppone la collaborazione di altri) mi ha reso per un attimo appunto dipendente dagli altri. E ciò è un grave errore. Una debolezza irripetibile che andava purificata con un gesto di innata follia. Distruggere tutto, appunto.
Accarezzare la magnifica brezza che ero solito provare, durante tutta l’adolescenza, quando mandavo all’aria qualcosa di anche mio, per rabbia, per impulso, perché avevo perso totalmente il controllo, mi riempie di fervore. Agisco spesso così, amo il sapore acre dell'irrequietezza che mi pervade le membra. Com’è bello esplodere, gettare il cappello per aria. È la libertà assoluta che adoro sfiorare.
Ma stavolta non è il caso: il motivo non è abbastanza epico per distruggere un blog così epico. Perciò mi sono limitato ad uno scherzo.
Quando qualcuno scoprirà il trucco, cioè che ho semplicemente cambiato l’url, rimetterò ogni cosa a posto e ridarò la password agli altri.
Ciò durerà, ovviamente, finché non ci sarà un motivo artisticamente all’altezza per distruggere tutto.
Emanuele
domenica
begin
come credete di comportarvi?
come vi va,come si aspettano gli altri,per stupire,per attirare l'attenzione,seguendo lo status quo,ribellandovi,esagerando,picchiando,non scegliendo,lasciandovi scorrere tutto addosso,ridendo degli altri,facendo ridere gli altri,cinicamente,sfottendo,umiliando,pensando,non parlando,fare le cose che fanno tutti,non farle apposta,seguendo una via,non seguirne nessuna...
ma guarda non so..
so solo che adesso mi chiedo il perchè delle persone,perchè si comportano così,se hanno uno scopo o non si preoccupano neanche di averne uno,se hanno passioni o se se le sono fatte inculcare,se anche loro vivono scivolando o cercano di capire ..perchè se tutti ci soffermassimo sull'esistenza e sui nostri comportamenti derivati allora non rimarrebbe che spaccarsi la testa e distruggersi psicologicamente...
ma no cosa dico meglio distrarsi e fare le cose che van fatte,quelle giuste,quelle buone e che mantengono lo stato attuale,non ci sconvolgiamo,perchè ci dobbiamo arrovellare in discorsi tristi e astratti, non ha senso a pensare al perchè delle cose..
se ci sono se ci siamo se tutto ciò esiste ci sarà un motivo,perchè lo dobbiamo ricercare,tanto non lo troveremo mai,perchè entrare in una spirale di tristezza, angoscia e amarezza quando possiamo vivere bene senza pensarci,rimanendo convinti che tutto scorre perchè è così da sempre.
non facciamoci troppe domande.
coja
come vi va,come si aspettano gli altri,per stupire,per attirare l'attenzione,seguendo lo status quo,ribellandovi,esagerando,picchiando,non scegliendo,lasciandovi scorrere tutto addosso,ridendo degli altri,facendo ridere gli altri,cinicamente,sfottendo,umiliando,pensando,non parlando,fare le cose che fanno tutti,non farle apposta,seguendo una via,non seguirne nessuna...
ma guarda non so..
so solo che adesso mi chiedo il perchè delle persone,perchè si comportano così,se hanno uno scopo o non si preoccupano neanche di averne uno,se hanno passioni o se se le sono fatte inculcare,se anche loro vivono scivolando o cercano di capire ..perchè se tutti ci soffermassimo sull'esistenza e sui nostri comportamenti derivati allora non rimarrebbe che spaccarsi la testa e distruggersi psicologicamente...
ma no cosa dico meglio distrarsi e fare le cose che van fatte,quelle giuste,quelle buone e che mantengono lo stato attuale,non ci sconvolgiamo,perchè ci dobbiamo arrovellare in discorsi tristi e astratti, non ha senso a pensare al perchè delle cose..
se ci sono se ci siamo se tutto ciò esiste ci sarà un motivo,perchè lo dobbiamo ricercare,tanto non lo troveremo mai,perchè entrare in una spirale di tristezza, angoscia e amarezza quando possiamo vivere bene senza pensarci,rimanendo convinti che tutto scorre perchè è così da sempre.
non facciamoci troppe domande.
coja
sabato
This is madness
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
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Madness Faliero
Il mattino ha l’oro in bocca.
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Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
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Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Il mattino ha l’oro in bocca.
Madness Faliero
mercoledì
what way about?
L'essere umano, che per sua natura deve avere qualcosa in cui sperare, quando la situazione appare senza via d'uscita tende a formulare ipotesi che offrano l'illusione della speranza.
Quelle derivanti dalla filosofia risultano fra queste ?
O&A
Quelle derivanti dalla filosofia risultano fra queste ?
O&A
domenica
Starring at the Queer
"L’arte forma e influenza le esigenze dei ricchi dell’epoca successiva."
Antonio Caparicanolo, Giugno 2007.
(capo muratore dell’impresa F.lli Caparicanolo & C. Futuro ricco.)
"Considering ghetto-art more unaffected then other attitudes is a kind of racism typically found in young and rich students of upper classes (these people generally paint graffiti and wear ghetto-clothes)."
Jerry McLaren (teacher of Contemporary Art at UCLA) during a conference in March 1994
"Nessun’arte può esistere senza la presunzione di esser tale."
Mr.Cheat in tribunale. A conclusione dell’arringa difensiva.
Antonio Caparicanolo, Giugno 2007.
(capo muratore dell’impresa F.lli Caparicanolo & C. Futuro ricco.)
"Considering ghetto-art more unaffected then other attitudes is a kind of racism typically found in young and rich students of upper classes (these people generally paint graffiti and wear ghetto-clothes)."
Jerry McLaren (teacher of Contemporary Art at UCLA) during a conference in March 1994
"Nessun’arte può esistere senza la presunzione di esser tale."
Mr.Cheat in tribunale. A conclusione dell’arringa difensiva.
sabato
Starring at the Queen
"Lo scopo dell'arte è di saper interpretare le esigenze dei nuovi ricchi.
Da questo punto di vista il futuro è la self-art."
Ramirez Sanchez - tratto da un'intervista rilasciata a "Sun" del 12.04.2007
"The reason why graffiti ain't been legalised yet is that people can't take trains' coach at home."
Rhiot139 - scritta su un muro di Los Angeles
Da questo punto di vista il futuro è la self-art."
Ramirez Sanchez - tratto da un'intervista rilasciata a "Sun" del 12.04.2007
"The reason why graffiti ain't been legalised yet is that people can't take trains' coach at home."
Rhiot139 - scritta su un muro di Los Angeles
venerdì
Babele
Mi osservi dalla panchina mentre cerco nervosa sulla cartina. Non una. Neanche una parola che corrisponda. Focalizzo punti di riferimento. Ad esempio quella casa arancione. Una grossa buccia d’arancia rompe la simmetria della facciata. A carattere Arial 64 è stampato il suo nome. Tu ghigni immobile da quella panchina. Mi chiami GOFFA. Alla sua base un cartello con scritto PANCHINA DI LEGNO. Lontanissimi i confini della piazza, non riesco a decifrarli. Lo spazio si riempie di sensi a cui non so dare il nome. Inciampo in una lastra di pietra dov’è scritto PAVIMENTAZIONE. Impreco per l’unghia spezzata. Tu ridi fragorosamente aumentando la mia irritazione. Dalla tua fronte ignara germoglia uno strato di pelle sottile con scritto FRONTE. Silenziosamente sorrido di questo risarcimento alle tue risa. Nuovi strati di pelle si accavallano a descrivere la tua ordinaria anatomia. Mi passo inconsapevolmente una mano sul tallone. Non mi stupisco di trovarvi scritto TALLONE. Mi siedo al centro della piazza deserta. Intravedo solo una minuscola panchina scolorita. Distendo a modo la cartina sulla PAVIMENTAZIONE. Inizio la scansione. Parole fluttuanti catturate dai neuroni si incollano alla mappa. Contatto visivo. È un grande sforzo di concentrazione. Pausa. Ti guardo. La panchina è piccola e distante. Riesco ancora a leggerne le propagazioni. Affusolate schegge di legno si sovrappongono al cartello. Emanazioni dei materiali costituenti aumentano il volume. SCHEGGIA CHIODO SPIGOLO PANCHINA ASSE SCHIENALE - Hai poi trovato la parola? Non ancora. Dove la stai cercando? Dove non c’è, temo - E poi silenzio.
Le tue braccia ondeggiano nel tentativo di aprirsi un varco tra le insegne. I significanti evanescenti paiono ancora darti respiro. Non vengo in tuo aiuto. Ho ancora il mio daffare. Fisso un attimo il sole credendo di trovarvi scritto SOLE. Invece mi abbaglio e tra le ciglia scorgo PALLA DI FUOCO. Una gigantesca panchina si avvicina a velocità impercettibile. Infine arriva ma si confonde. Piange e domanda ma non comprendo SCHIODO SPIGASSE PANCHENALE EGGIOLA tutto è confuso. Tu invece sei lontano. Rotoli cercando di sfruttare l’attrito della PAVIMENTAZIONE per sfogliarti di dosso tutto quell’eccesso. Mi sfioro le dita e le scopro ispessite di nomi concreti. Il tuo rotolare svela la non-evanescenza. Come infuocato non riesci a salvarti. Lo spazio ti comprime assetato di altro spazio. Sullo spazio è scritto SPAZIO. Non ci sono più confini. Finalmente a contatto con quei nomi. Mentre soffochi mi accingo alla cartina CARCO PARTA CHIMITERO CIESA SCUOZIONE STAMUSO. Dov’era SPAZIO ora è scritto SATURAZIONE. Si blocca la scansione. Implodo risucchiata dalla PAVIMENTAZIONE cercando ancora la definizione.
Yoko Onu Musaki
Le tue braccia ondeggiano nel tentativo di aprirsi un varco tra le insegne. I significanti evanescenti paiono ancora darti respiro. Non vengo in tuo aiuto. Ho ancora il mio daffare. Fisso un attimo il sole credendo di trovarvi scritto SOLE. Invece mi abbaglio e tra le ciglia scorgo PALLA DI FUOCO. Una gigantesca panchina si avvicina a velocità impercettibile. Infine arriva ma si confonde. Piange e domanda ma non comprendo SCHIODO SPIGASSE PANCHENALE EGGIOLA tutto è confuso. Tu invece sei lontano. Rotoli cercando di sfruttare l’attrito della PAVIMENTAZIONE per sfogliarti di dosso tutto quell’eccesso. Mi sfioro le dita e le scopro ispessite di nomi concreti. Il tuo rotolare svela la non-evanescenza. Come infuocato non riesci a salvarti. Lo spazio ti comprime assetato di altro spazio. Sullo spazio è scritto SPAZIO. Non ci sono più confini. Finalmente a contatto con quei nomi. Mentre soffochi mi accingo alla cartina CARCO PARTA CHIMITERO CIESA SCUOZIONE STAMUSO. Dov’era SPAZIO ora è scritto SATURAZIONE. Si blocca la scansione. Implodo risucchiata dalla PAVIMENTAZIONE cercando ancora la definizione.
Yoko Onu Musaki
Boogie night
Le ragazze della coda avevano gambe che sfilavano sui denti del garzone attento,
il quale,
divorando chewin-gum e pasticche del Re Sole agitava la scatola di fiammiferi
che gli suonavano come i tacchi ancorati alle gambe di quelle.
Le quali invece avevano altro su cui passeggiare tipo le suole spazzolate
della Chevriolet chez monsieur Lipset
drinkeggiando Martini e mostrando canini affilati.
Con cui avventarsi su un ipotetico innamoramento inserito in giacchette
di dubbio gusto tra il viola e il fucsia rosé.
Dicendo guarda ragazza quello si era inevitabilmente compromesso ma dopotutto un ruolo pure lui ce l'aveva.
Il suo ruolo nell'attimo descritto era in bilico tra cinico e patetico, ma
il quale,
non aderiva comunque a mostrarsi scettico.
Per cui tentava e ritentava aggrappandosi a questo masticare furibondo che gli rimestava un gusto di parole
biascicate
che al naso di quelle
- e in particolare di quella che lui aveva addentato-
puzzavano di cadavere in via di decomposizione.
Un paio di mosche ignare gli ronzavano attorno alla fronte sudata tra il bianchiccio e le chiazze congestionate, ma queste non avevano intenzioni malvage, dopotutto.
Quello per se stesso sembrava non demordere e si batteva come un pugile trovando come uniche alleate quelle chewin-gum al gusto di Re Sole,
le quali,
probabilmente nell'arco della serata si sarebbero rivelate le sue uniche puttane di fiducia.
Quincey Morris
il quale,
divorando chewin-gum e pasticche del Re Sole agitava la scatola di fiammiferi
che gli suonavano come i tacchi ancorati alle gambe di quelle.
Le quali invece avevano altro su cui passeggiare tipo le suole spazzolate
della Chevriolet chez monsieur Lipset
drinkeggiando Martini e mostrando canini affilati.
Con cui avventarsi su un ipotetico innamoramento inserito in giacchette
di dubbio gusto tra il viola e il fucsia rosé.
Dicendo guarda ragazza quello si era inevitabilmente compromesso ma dopotutto un ruolo pure lui ce l'aveva.
Il suo ruolo nell'attimo descritto era in bilico tra cinico e patetico, ma
il quale,
non aderiva comunque a mostrarsi scettico.
Per cui tentava e ritentava aggrappandosi a questo masticare furibondo che gli rimestava un gusto di parole
biascicate
che al naso di quelle
- e in particolare di quella che lui aveva addentato-
puzzavano di cadavere in via di decomposizione.
Un paio di mosche ignare gli ronzavano attorno alla fronte sudata tra il bianchiccio e le chiazze congestionate, ma queste non avevano intenzioni malvage, dopotutto.
Quello per se stesso sembrava non demordere e si batteva come un pugile trovando come uniche alleate quelle chewin-gum al gusto di Re Sole,
le quali,
probabilmente nell'arco della serata si sarebbero rivelate le sue uniche puttane di fiducia.
Quincey Morris
martedì
La risposta di IO
Hai ragione. Forse avrei dovuto dire IO. IO penso IO rappresento IO scriverò IO odio IO sono influenzato da e IO che non ho nessun riferimento faccio dico vivo rifletto IO. E ti assicuro per un megalomane auto-referenziale e tendenzialmente mitomane come me essere accusato di non aver usato il pronome personale IO è alquanto buffo e insolito. Ma ammetto che è pertinente.
Anche se non puoi negare che l’essere monadi in una realtà globale, il non avere alcun legame generazionale, il vivere in società consumistiche allargate, il fatto stesso che ognuno creda di poter rappresentare qualcosa e la possibilità che esista ad ogni latitudine il banale provincialismo qualunquista, ciò rappresenta l’ambiente comune in cui TUTTI o quasi viviamo.
E IO credo che sia retaggio di una sociologia medievale, triste e priva di spunti credere che dei fenomeni vada considerata solo la presenza.
La mancanza influenza e definisce i contorni umani e sociali in cui un individuo cresce tanto quanto la presenza. Quindi IO sono convinto che l’assenza di un’appartenenza sociale, l’assenza di una visione unitaria, l’assenza di tutto ciò che tu e altri milioni di finti pensatori illuminati avete puntualmente descritto, sia proprio ciò che ci accomuna e che ci permette di essere considerati una generazione. Una generazione molto più variegata, solitaria, individualista-IO, virtuale se vuoi, con maggiori voci, più difficile da catalogare per quelli che vogliono sempre catalogare, senza esperienze comuni, senza lotte unitarie, senza senza senza.
Anche se non puoi negare che l’essere monadi in una realtà globale, il non avere alcun legame generazionale, il vivere in società consumistiche allargate, il fatto stesso che ognuno creda di poter rappresentare qualcosa e la possibilità che esista ad ogni latitudine il banale provincialismo qualunquista, ciò rappresenta l’ambiente comune in cui TUTTI o quasi viviamo.
E IO credo che sia retaggio di una sociologia medievale, triste e priva di spunti credere che dei fenomeni vada considerata solo la presenza.
La mancanza influenza e definisce i contorni umani e sociali in cui un individuo cresce tanto quanto la presenza. Quindi IO sono convinto che l’assenza di un’appartenenza sociale, l’assenza di una visione unitaria, l’assenza di tutto ciò che tu e altri milioni di finti pensatori illuminati avete puntualmente descritto, sia proprio ciò che ci accomuna e che ci permette di essere considerati una generazione. Una generazione molto più variegata, solitaria, individualista-IO, virtuale se vuoi, con maggiori voci, più difficile da catalogare per quelli che vogliono sempre catalogare, senza esperienze comuni, senza lotte unitarie, senza senza senza.
Se vuoi saremo la generazione dei senza.
Non so, i nomi generalmente li danno i posteri e sono tutti limitativi e annichilenti. Ciò che voglio dire è che il fatto che la nostra epoca sia ovviamente diversa dalle precedenti non significa certo che non sia anch’essa un epoca. E la nostra generazione, variegata fin che vuoi, non descrivibile fin che vuoi, è pur sempre una generazione di coetanei che vive più o meno esperienze simili in una società simile.
E mentre molti registi messi in difficoltà da questi anni narrati a infinite voci si rifugiano in più facili clichè di epoche passate, Tarantino a MIO parere prova ad essere realmente contemporaneo. Il che significa, oltre che descrivere, contribuire a creare immagini, suggestioni e attitudini nei ragazzi. IO, che ero e sono ragazzo mentre escono i suoi film, sento che lui è l’artista vivente che più MI ha influenzato. Tutto qui.
Infine il tuo bel commento e la maggior parte dell’esperienza di questo blog dimostrano in modo lampante quanto il distruggere sia più sciolto e affascinante del dire. Probabilmente perché ontologicamente non potremo mai dire nulla di sensato e di effettivamente adatto e motivato. Questo è il motivo per cui io di solito sto dalla parte del distruggere e per cui quando dico preferisco sfiorare o lo faccio utilizzando iperboli, linguaggio icastico e provocazioni.
Perciò non posso che apprezzare incondizionatamente ed elogiare il tuo intervento de-costruttivo e giustamente sconfortante.
A questo punto non posso firmarmi ancora Comitato cinema fucsia e nemmeno Mr.Cheat che è morto o chi altro. Mi firmo IO, cioè colui che ha scritto circa un terzo di ciò che leggete in questo contemporaneo e magnifico blog.
IO
E mentre molti registi messi in difficoltà da questi anni narrati a infinite voci si rifugiano in più facili clichè di epoche passate, Tarantino a MIO parere prova ad essere realmente contemporaneo. Il che significa, oltre che descrivere, contribuire a creare immagini, suggestioni e attitudini nei ragazzi. IO, che ero e sono ragazzo mentre escono i suoi film, sento che lui è l’artista vivente che più MI ha influenzato. Tutto qui.
Infine il tuo bel commento e la maggior parte dell’esperienza di questo blog dimostrano in modo lampante quanto il distruggere sia più sciolto e affascinante del dire. Probabilmente perché ontologicamente non potremo mai dire nulla di sensato e di effettivamente adatto e motivato. Questo è il motivo per cui io di solito sto dalla parte del distruggere e per cui quando dico preferisco sfiorare o lo faccio utilizzando iperboli, linguaggio icastico e provocazioni.
Perciò non posso che apprezzare incondizionatamente ed elogiare il tuo intervento de-costruttivo e giustamente sconfortante.
A questo punto non posso firmarmi ancora Comitato cinema fucsia e nemmeno Mr.Cheat che è morto o chi altro. Mi firmo IO, cioè colui che ha scritto circa un terzo di ciò che leggete in questo contemporaneo e magnifico blog.
IO
Jacopo Leone l'amico di scazza ha detto
Credo che questo post sia in assoluto uno dei piu idioti e banali che abbia mai letto. In primo luogo la "nostra generazione" non esiste e mai esisterà. Il sessantotto aveva un riferimento sociale unitario forte, classista e generazionale. Noi, quelli del WTC, immediatamente dopo quelli del Muro, non abbiamo alcun legame generazionale. Abbiamo legami, ma ristretti, parziali, nulla più. Siamo monadi in una realtà globale, in cui i rapporti svaniscono appena oltre le mura di casa. Niente potrà più creare un appartenenza sociale vasta, internazionale, con valori e ideali condivisi [vedi libertà sessuale, femminismo, pacifismo]. Tutto questo è sparito (sui benefici eventuali si puo discutere). Viviamo in società consumistiche ed allargate. Basta leggere un libro di sociologia per scoprirlo.Pensare dunque che un regista possa rappresentare una particolare fascia di età sociale è se non altro infantile.
"Il fatto è che noi ragazzi, che non abbiamo fatto il sessantotto ma siamo passati per scuole che cadevano a pezzi, non siamo cresciuti...". Quel Noi odioso non esiste. Parlare così è credere di rappresentare qualcosa, credere di poter essere in grado di dare voce ad un vasto gruppo di persone, nel caso coetanei. Proprio quello che fa Moccia nei suoi libri. Il solito, banale, provinciale, discorso qualunquista.
Per quanto possa apprezzare Tarantino, riesco a capire che per un altro ragazzo della mia generazione tutto quello possa non dire nulla -perchè magari preferisce Tom Cruise, i Linkin' Park o Ermanno Olmi. Elevare qualcosa -qualsiasi cosa- oggi giorno a fenomeno generazionale ("noi ragazzi"), è semplicemente sciocco, come lo è pensare che una volta preso "noi" il potere di critica cinematografica(anzi no, "le nostre generazioni") non potremo che trovarci consenzienti nel lodare Tarantino e pellicole. Uniformità sociale marxista. Con una punta di determinismo.
Senza parole.
Critica di uno che solitamente apprezza le pagine di questo blog.
"Il fatto è che noi ragazzi, che non abbiamo fatto il sessantotto ma siamo passati per scuole che cadevano a pezzi, non siamo cresciuti...". Quel Noi odioso non esiste. Parlare così è credere di rappresentare qualcosa, credere di poter essere in grado di dare voce ad un vasto gruppo di persone, nel caso coetanei. Proprio quello che fa Moccia nei suoi libri. Il solito, banale, provinciale, discorso qualunquista.
Per quanto possa apprezzare Tarantino, riesco a capire che per un altro ragazzo della mia generazione tutto quello possa non dire nulla -perchè magari preferisce Tom Cruise, i Linkin' Park o Ermanno Olmi. Elevare qualcosa -qualsiasi cosa- oggi giorno a fenomeno generazionale ("noi ragazzi"), è semplicemente sciocco, come lo è pensare che una volta preso "noi" il potere di critica cinematografica(anzi no, "le nostre generazioni") non potremo che trovarci consenzienti nel lodare Tarantino e pellicole. Uniformità sociale marxista. Con una punta di determinismo.
Senza parole.
Critica di uno che solitamente apprezza le pagine di questo blog.
domenica
Recensione di Death Proof
Attenzione. Qui siamo di fronte all’urgenza di effettuare importanti riflessioni. È evidente che ogni contemporaneità ha qualcuno che la canta, e c’è chi la canta meglio, chi è un po’ stonato, chi è solo un epigono e chi addirittura (come vorrebbe Oscar Wilde) mentre dipinge un epoca contribuisce a crearla. Io avevo 9 anni quando Vincent e Jules puntavano le loro pistole e Marcellus Wallace, violentato da un pervertito nel retrobottega di un negozio, si faceva salvare dal giovane e sanguinolento Bruce Willis. E potrò dire di aver avuto 19 o 20 anni quando Uma vestita di giallo massacrava centinaia di incolpevoli cinesi. Ora posso dire di averne quasi 22 e di aver assistito, ieri sera, ad un pezzo importante della Storia del cinema.
Credo che Quentin Tarantino sia l’artista più rappresentativo del passaggio fra i due millenni. Ne avevo il sospetto quando, con Jackie Brown, le Ienie, Pulp Fiction e firmando la scenggiatura di Natural Born Killers creò non solo un genere ma un attitudine che molti hanno inconsciamente fatto propria, fatta di cinismo artistico gratuito, sdrammatizzazione della morte e conseguentemente della vita, colori e musiche re-inventati mescendo pop-art pischedelìa oriente e country, dialoghi balordi e fantasia realmente creativa senza freni. Ne ho avuto la conferma guardando Death Proof, la storia di un folle ma tenero Stuntman Mike che insegue crew di ragazzine affermate e cerca di massacrarle in modo buffo e disincantato.
L’aspetto stupefacente è il modo in cui è narrata una vicenda apparentemente priva di senso, di morale, di insegnamento, di cambiamenti, di pedagogia, di socialità e di tutti quei paroloni che piacciono tanto a certi critici. È evidente come Tarantino riesca sempre a non incanalarsi in nessun clichè e anzi a creare lui stesso modelli che verranno poi ripresi dagli altri.
L’idea del serial killer, di per se usurata e resa tediosa e arcaica da molti film privi di slancio, è sviluppata qui in modo diverso, fra lo splatter pulp, l’ironia, il vintage di un pellicola rovinata e privata di fotogrammi (in pieno stile Grindhouse Movie) e dialoghi forse non al livello delle Iene ma estremamente graffianti e ispirati.
Si tratta di un film che esalta tutti coloro che si aspettano di essere stupiti, ma che riesce anche a fornire infiniti spunti agli studiosi di cinema che ritrovano citazioni sceniche e musicali sparse un po’ dappertutto.
Perciò mi fa sorridere che Tarantino (talmente auto-ironico e consapevole del suo talento da citare se stesso) venga pure stroncato dalla critica. La stessa critica che magari osanna la presunta profondità semantica di un banalissimo Olmi (o chi per lui) o che celebra film salvati soltanto da inutili effetti speciali, senza arte e creatività, solo perché i primi trattano come clichè temi apparentemente impegnati e i secondi ripropongono come epigoni l'idealtipo americano di avventura.
Il fatto è che noi ragazzi, che non abbiamo fatto il sessantotto ma siamo passati per scuole che cadevano a pezzi, non siamo cresciuti col carosello ma con Mentana che ci raccontava quante madri e quanti figli erano stati massacrati nel giro di dodici ore, noi che non abbiamo avuto eroi positivi come Bob Dylan ma soltanto marce storie di drogati finiti nel sangue come Kurt Cobain, noi giovani tecnologici, solitari e post-industriali rivediamo le nostre vite e i nostri pensieri nell’allegro nichilismo di Quentin.
Non che sia un bene o un male, forse è solo una questione di tempo. L’unica consolazione è che saranno le nostre generazioni a scrivere i libri di storia del cinema che parleranno di questi anni, e sono convinto che il nostro poeta pulp sarà celebrato a dovere.
Comitato cinema fucsia.
Credo che Quentin Tarantino sia l’artista più rappresentativo del passaggio fra i due millenni. Ne avevo il sospetto quando, con Jackie Brown, le Ienie, Pulp Fiction e firmando la scenggiatura di Natural Born Killers creò non solo un genere ma un attitudine che molti hanno inconsciamente fatto propria, fatta di cinismo artistico gratuito, sdrammatizzazione della morte e conseguentemente della vita, colori e musiche re-inventati mescendo pop-art pischedelìa oriente e country, dialoghi balordi e fantasia realmente creativa senza freni. Ne ho avuto la conferma guardando Death Proof, la storia di un folle ma tenero Stuntman Mike che insegue crew di ragazzine affermate e cerca di massacrarle in modo buffo e disincantato.
L’aspetto stupefacente è il modo in cui è narrata una vicenda apparentemente priva di senso, di morale, di insegnamento, di cambiamenti, di pedagogia, di socialità e di tutti quei paroloni che piacciono tanto a certi critici. È evidente come Tarantino riesca sempre a non incanalarsi in nessun clichè e anzi a creare lui stesso modelli che verranno poi ripresi dagli altri.
L’idea del serial killer, di per se usurata e resa tediosa e arcaica da molti film privi di slancio, è sviluppata qui in modo diverso, fra lo splatter pulp, l’ironia, il vintage di un pellicola rovinata e privata di fotogrammi (in pieno stile Grindhouse Movie) e dialoghi forse non al livello delle Iene ma estremamente graffianti e ispirati.
Si tratta di un film che esalta tutti coloro che si aspettano di essere stupiti, ma che riesce anche a fornire infiniti spunti agli studiosi di cinema che ritrovano citazioni sceniche e musicali sparse un po’ dappertutto.
Perciò mi fa sorridere che Tarantino (talmente auto-ironico e consapevole del suo talento da citare se stesso) venga pure stroncato dalla critica. La stessa critica che magari osanna la presunta profondità semantica di un banalissimo Olmi (o chi per lui) o che celebra film salvati soltanto da inutili effetti speciali, senza arte e creatività, solo perché i primi trattano come clichè temi apparentemente impegnati e i secondi ripropongono come epigoni l'idealtipo americano di avventura.
Il fatto è che noi ragazzi, che non abbiamo fatto il sessantotto ma siamo passati per scuole che cadevano a pezzi, non siamo cresciuti col carosello ma con Mentana che ci raccontava quante madri e quanti figli erano stati massacrati nel giro di dodici ore, noi che non abbiamo avuto eroi positivi come Bob Dylan ma soltanto marce storie di drogati finiti nel sangue come Kurt Cobain, noi giovani tecnologici, solitari e post-industriali rivediamo le nostre vite e i nostri pensieri nell’allegro nichilismo di Quentin.
Non che sia un bene o un male, forse è solo una questione di tempo. L’unica consolazione è che saranno le nostre generazioni a scrivere i libri di storia del cinema che parleranno di questi anni, e sono convinto che il nostro poeta pulp sarà celebrato a dovere.
Comitato cinema fucsia.
mercoledì
Ever
Camminavo lungo il viale dove abitava la signorina Nye. Mi aveva telefonato dicendo che doveva sistemare le ultime cose in mattinata, ma che dopo le dodici sarei potuta passare appena libera. Perciò mi godevo la passeggiata perché ero in orario e avevo già pranzato, come lei mi aveva chiesto. Era stata gentile la signorina Nye, mi aveva firmato il permesso per tutta la mattinata benché sapesse che non sarei stata occupata per più di mezz’ora. Credo di esserle sempre piaciuta, alla signorina Nye, ché fin dalla prima volta che mi aveva visto in fabbrica si era fermata a parlarmi. Abitava in un quartiere a nord di Central Park, in una villetta blu. Il cancello era aperto, come d’accordo, quindi mi avvicinai alla porta sul retro e suonai il campanello due volte, come d’accordo. Lei non arrivò subito. Quando mi aprì vidi che indossava un elegante vestito giallo, come mi aveva detto, e che si era truccata. Mi disse salve Clarissa, entri pure. Mi avvicinai e la accoltellai appena si fu girata, in modo che non avesse la pena di vedere la scena. La abbracciai e la accoltellai altre tre volte, più o meno nello stesso punto. Lei non disse nulla. Quando la lasciai cadde a terra e iniziò a trascinarsi a fatica lungo il corridoio. Entrai e chiusi la porta. Trascinandosi lasciava una larga striscia di sangue sul parquet. Nell’appartamento suonava un vinile di musica negra. Per morire ci mise circa una decina di minuti, non so perchè si era trascinata in cucina. Rimasi lì a guardare.
N-man139
N-man139
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