lunedì

Creazione di mitologia cagnolatica

Eravamo circa in Fleet Street, quando il Violento cominciò ad urlare. Disse qualcosa tipo: “Questo cazzo di canale non ha i depuratori.” Poi raccolse alcuni sampietrini dalla strada dissestata e prese a lanciarli contro la superficie verdognola dell’acqua. Il canale cercava di ripararsi con piccole onde irregolari, ma la sua pelle era bucata da una raffica di sassi. “Pezzo di merda” Gli urlava contro. “Maledetto stronzo inquinato!”
Quando notai un grosso pezzo di marciapiede crepato, facilmente sollevabile, m’illusi per un attimo che lui non lo avesse visto. “Dai, Tommi, entriamo in questo bar.” Dissi timidamente. Ma il dolore del pugno che ricevetti sul femore mi fece schizzare a terra. In un attimo mi era sopra e mi stava prendendo a calci: “Questi sono per il frontino che mi hai fatto due anni fa! E questi per le battute sulla Greta che è andata in vacanza con Capelli!” Sentivo che stava cercando di non uccidermi; si tratteneva, non usava tutta la forza, voleva solo farmi un po’ male.
Quando smisi di dimenarmi e reclinai la testa a terra in segno di resa, lui riprese a dedicarsi al canale. Vide, com’era ovvio, il pezzo di marciapiede. Lo raccolse. Lo sollevò a due mani sopra la testa e si avvicinò al ponticello, borbottando: “Ti insegno io a rispettare l’ambiente.” Barcollò sulle assi di legno e si fermò in posizione plastica di fronte al canale. Era la scena finale del duello. Urlò: “L’ambienteeeeeeeee!” e scagliò il pezzo di marciapiede giusto nel ventre del flutto, uccidendolo.
Le ragazze che erano con noi non si erano accorte di niente. Gli altri le stavano intrattenendo, dall’altra parte del canale, in Mohamed Street, con non so quali discorsi. Quando il Violento uscì dal bar con le braccia stipate di bicchieri di birra, e glieli porse, una di loro disse: “Graaazie Tommi.”
“Li ho presi dal bancone.” Sorrise lui. “La gente abbandona le birre, ma noi non le lasceremo diventare calde.”
Si chiamava Tina; lei e le sue amiche le avevano conosciute gli altri, giù a Bretton, non so come. Guardò il Violento. Era piena d’ammirazione nei confronti di quel ragazzone italiano che, oltre ad aver offerto birra a lei e alle sue amiche, faceva anche il modesto. “Dai, Tommi, non vorrai farmi credere che le hai davvero prese dal bancone.”
“Certo.” Borbottò lui. “Non vedi che sono tutte cominciate?”
No, non l’aveva visto. Quando si accorse che nessun bicchiere di birra era colmo fino all’orlo, capì che era davvero così, e si mise ad urlare: “Ma Tooommy! Ti sembraaa? Ci fai bere da dei bicchieri spooorchi?”
Io mi ero appena alzato. Cercavo di raccogliere i pezzi di polmoni dal marciapiede, ma quando la vidi, dall’altra parte del canale, scaldarsi in quel modo isterico, mi preparai al peggio. Chiusi gli occhi giusto mentre il suo corpo esile volava al di là della balaustra. Non feci in tempo a tapparmi le orecchie: sentii il grido, il fragoroso splash (ptshhhhhhhhhh), e le lamentele disperate di una bocca che iniziava a riempirsi d’acqua. Quando il Violento prese a bombardarla di sassi, facendola affondare, pensai che era meglio così.
Cosa successe dopo? Ricordo torrenti di noccioline rubate dai piattini di un bar e scagliate in occhi e bocche. Un pallone da calcio che colpì in pieno volto un poliziotto, facendo deragliare un treno. Il tentativo boyscoutesco di far attraversa la strada ad una vecchia che si mescolò a una scivolata a sei tacchetti sulle strisce pedonali. Una pisciata in faccia ad un monumento, con conseguente multa e denuncia alla corte marziale. Ricordo tante storie vissute insieme. Ricordo una voce, come la sirena notturna di una città in guerra, ululare distorta quella parola: “Sfigaaati.”
Al termine della giornata, alla vigilia del suo ventiquattresimo compleanno, ricordo che chiesi a Tommi come si sentisse.
“Sono cresciuto.” Rispose lui, sinceramente. Indossava un abito scuro e una cravatta rossa. Aveva appena finito di lavorare. “Tutte queste storie fanno parte del passato.”
“E i venti Euro che mi devi? E tutte le cose che hai fatto? E Tina?”
“Chi è?”
“La ragazza affogata nel canale a Fleet Strert.”
Mi accartocciai su me stesso, stingendomi il ventre dolorante. Un altro pugno, stavolta sulla fronte, mi stese definitivamente e Tommy, sorridendo da vecchio amico, mi disse: “Emu, sono tutti stereotipi.”

Killer Toad
(tutti i nomi e i fatti narrati sono di pura fantasia)

A Christmas Tale

Era venerdì, credo, stavo tornando a casa.
Ero appena arrivato alla stazione di Reggio con un treno intasato di materia umana e cartacea. Materiale informativo e fotografie di macchine occupavano gli spazi vuoti tra gente che tornava dal Motor Show carica di depliant. Depliant dappertutto, forse più che le persone. Depliant di macchine che buona parte dei proprietari di depliant non avrebbe mai comprato. O -peggio- se le avessero comprate, depliant di come questi proprietari avrebbe infestato la vita di passeggeri ignari dicendo cose del tipo "sì, ma per favore, potremmo mettere la pizza nel bagagliaio, non vorrei che la mozzarella mi colasse sui sedili". Oppure del tipo "aspetta, non facciamolo in macchina, non posso spermare sul cuoio".
Avevo preso ad odiare tutta questa gente, senza ancora pensare ai sedili, alla mozzarella e allo sperma già a Bologna, quando avevo realizzato che presto la loro esistenza sarebbe stata d'intralcio alla mia. Ci avevo pensato vedendo arrivare il treno.
Sull'interregionale delle 17.30 in genere non ci sono posti a sedere. In genere. Nell'occasione la lungimiranza aveva anche previsto che in piedi si sarebbe stati stretti e che ci sarebbe stato caldo, anormalmente caldo. Tuttavia non era arrivata al livello di macchinosità tale da sospettare che ogni tanto sarebbero passati alcuni di questi gonzi con le borsine piene di sperma convinti che nella carrozza successiva avrebbero trovato l'oasi dei loro sogni con poltrone di cuoio e donnine del motor show a fare le inservienti al cesso.
In ogni caso, avevo estorto un posto d'eccezione: in fondo alla carrozza, vicino alla toilette, senza inservienti, nel disimpegno che sta tra il salotto e la porta d'uscita. Intorno a me le persone dentro ai cappotti: natanti col culo sprofondato nelle ciambelle salvagente di un parco acquatico, precisamente nell'attrazione che alterna parti a scivolo con vasche di raccolta. Intasati, quindi incazzati. Intasati perchè quelli davanti stanno facendo i cretini con una ragazza e non scendono alla vasca di sotto. Incazzati perchè non c'è mai un bagnino quando serve e nemmeno il controllore, ci sono solo depliant. Per fortuna che ci sono i depliant o la giornata sarebbe stata un incubo.
A dire il vero la categoria Motor Show raccoglieva solo il cinquanta per cento della popolazione in eccesso. L'altra metà erano studenti e lavoratori pendolari sommati a una rosa di persone di mezza età evidentemente non pendolari.
La realtà mostra che i pendolari si considerano superiori ai non pendolari, non fosse altro che dal punto di vista dell'esperienza. Si può notare quest'attitudine facendo caso ai commenti relativi alla norma dei disagi: in genere il pendolare si sente in diritto di lamentarsi con voce più alta e non vede l'ora di mostrare la sua conoscenza empirica al semplice viaggiatore. Questi, sentendosi un pesce fuor d'acqua, sentendo di aggravare la condizione degli stoici che affrontano le ferrovie italiane per indigenza o per il bene comune, reagisce annuendo docilmente o buttandola sulle colpe della politica.
Trovando terreno fertile nel secondo tipo di atteggiamento, il pendolare -che di solito è persona informata- coglie l'occasione per citare qualche pagina di cifre sugli sprechi italiani e, in questo modo, i due arrivano a ricomporre il disagio iniziale parlando di quanto siano peggio i politici. La cattiva gestione della cosa pubblica ha il non trascurabile effetto di garantire la pace sociale dei treni. Tra quelli che invece avevano scelto di annuire docilmente, c'erano per lo più le mogli di mezz'età dei tizi che stavano sfogando, nei discorsi sul malaffare italiano, la tensione accumulata durante le ore trascorse in giro per negozi.
Mi ero messo a trarre queste conclusioni guardando la signora che stava di fronte a me, una bellissima signora che non aveva depliant ma che, in compenso, portava cappotto e cuffia color delle mutande che si mettono dopo il bagno del 24 dicembre. L'effetto completo però, forse per le treccine bionde, era più del tipo "cappuccetto rosso" piuttosto che "piccolo aiutante di babbo natale pornografo". Non riuscivo a spiegarmi come mai una come lei fosse in treno a togliere spazio vitale a me e non a succhiare cazzi a centottanta all'ora in autostrada. Penso che i gonzi del motor show si stessero chiedendo la stessa cosa, sprofondati in un conflitto interiore che opponeva la loro fantasia alla coscienza sporca dei sedili di cuoio.
Oltre alla perversione maschile, alla carta stampata rindondante e a nient'altro, alcune esponenti di spicco del gruppo 'christmas shopping' tenevano tra le mani campioni rigorosamente gratuiti contenenti ettolitri di liquido corrosivo e acidi vari. Altre, trascinavano i mariti gonfiabili attraverso la sfilata delle carrozze. Nonostante ciò, lo facevano trasmettendo una parvenza di motivazione che le rendeva meno irritanti dei gonzi quando si appoggiavano su di me per passare: era evidente che a loro fosse stato promesso un posto a cui ambire.
A questo punto stavo considerando con lugubre compiacimento la maschera di cera di due che avevano appena scoperto che la prima classe era stata degradata in seconda, quando mi accorsi che la rassegnazione e la fila compatta di persone lungo la carrozza avrebbero impedito loro di procedere. Ciò significava che ci saremmo dovuti stringere e lasciare che anche loro accedessero alla nostra preziosa riserva di ossigeno in nome di qualcosa chiamato "diritti umani". Per chi non lo sapesse, il rispetto dei diritti umani si misura in treno. A quel punto, in mezzo ad una calca di persone affascinate dall'uomo che nasce libero e con qualità inalienabili, il mio senso del macabro era già ritornato odio.
Per di più la bellissima signora con il completo natalizio continuava a non guardarmi. Non lo avrebbe fatto per tutto il tempo del viaggio: il ritardo più quaranta minuti di percorrenza.
La stazione di Reggio era qualche luce gialla e una scritta bianca inghiottite dal buio. Voglio dire, il buio era una presenza concreta: si materializzava, ma evaporava subito appena ci entravate, lasciandovi addosso, in faccia, sull'ombrello, vapore acqueo ghiacciato, un misto di pioggia, nevischio e di quella materia indefinibile che sta nelle stazioni, che ha lo stesso odore dappertutto e che si appiccica ai vestiti dopo una sola andata. Neanche la voce metallica degli annunci ne usciva uguale a se stessa. L'uomo robot, quello che sprigiona razionalità e testosterone semplicemente annunciando il ritardo del treno, suonava un misero frocetto tremante. A quel punto non restava che sollevare la valigia e scendere le scale del sottopassaggio. Stavo tornando a casa.

Riemergo nel piazzale dietro alla stazione. Le stesse luci gialle. Gli annunci un po' più lontani. Le linee extraurbane che arrivano a far capolinea. Una sala d'attesa frequentata sempre dalla stessa gente che non consuma mai niente. Un grumo di persone ferme al numero sedici. Vado verso il numero sedici. Sto un po' in disparte, vicino a una panchina. Aspetto.
Ad un certo punto sulla panchina si materializzano un ragazzo e una ragazza, poi un marocchino, che resta in piedi. Il ragazzo e la ragazza prendono a discutere con il marocchino, sembra che ci sia qualcosa che non va.
Cerco di immaginarmi come sarebbe se adesso il ragazzo si alzasse e il marocchino gli tagliasse la gola, voglio dire, come sarebbe per me: forse la moralità pubblica potrebbe prendersela. Dopotutto ho visto che stavano discutendo, sapevo che la ragazza aveva paura, ero al corrente del fatto che quello era un marocchino. Lei direbbe che ho visto sgozzare il suo ragazzo in diretta e che non ho fatto niente per aiutarla, che era responsabilità mia perchè ero il più vicino e sapevo che sarebbe finita così, ma che ho scelto deliberatamente di ignorarli.
Inizio a prendere in considerazione la possibilità di spostarmi verso il grumo e mentalmente ne sento già il calore, ma non posso, non a questo punto, la ragazza mi ha visto, sarebbe un'aggravante perfetta perchè dimostrerebbe che, pur essendomi accorto di quello che stava per accadere -la mattanza- ho scelto di ignorarlo e anzi (qui entra in gioco l'aggravante) me ne sono andato per evitare di dover intervenire di fronte ad una situazione così palese. Decido quindi di restare al mio posto, rassicurato dal fatto che il ragazzo è ancora a sedere, il marocchino è ancora in piedi, nessuno si muove più del necessario, nessuno alza il tono di voce più del necessario, ogni cosa ha trovato i suoi argini di percorrenza.
A questo punto scelgo strategicamente di mettermi il cappuccio.
La scelta strategica è dovuta ad un fatto. Io il marocchino lo conosco. Meglio, mi accorgo di conoscerlo un attimo prima di infilarmi nel cappuccio, sperando che lui non riconosca me, almeno per il momento. Almeno finchè rischia di sgozzare il primo tizio che gli è capitato a braccio. Decido, visto che ne va della mia reputazione sociale, di prestare un minimo di attenzione alla conversazione, senza fare mosse che mi rivelino come un possibile appiglio per qualcuno.
Guardo gli addobbi natalizi dei palazzi che stanno di fronte a me dall'altra parte della stazione, guardo la luce accesa che esce dalle finestre di appartamenti dove ci sono bimbi che aspettano il natale.
Sembra che il marocchino -di cui non ricordo il nome- abbia già incrociato la ragazza da qualche parte e che adesso stia usando il pretesto per abbordarla, nonostante ci sia lì il suo ragazzo. Questi, per orgoglio maschile, deve difendere la sua posizione e sta cercando di far capire al marocchino che l'argomento non fa leva. La ragazza si limita a negare, ma con talmente tanta virtù da rendere dubbia la sua posizione. Il marocchino non cede, anche perchè in mezzo al grumo di gente ci sono altri due che sembrano marocchini che che senz'altro lo conoscono e che senz'altro si sono resi conto meglio di me della situazione, quindi lui non può compromettere non si sa bene cosa. Anche perchè in genere i marocchini non dicono cazzate, semplicemente colorano un po' i fatti.
Ad un tratto, la coppia rinuncia ad aspettare la corriera: si alza e se ne va senza che siano stati consumati spargimenti di sangue. Il marocchino, che probabilmente è obbligato a prendere quella corriera, rinuncia a seguirli e si avvia a salutare i due conoscenti. Nel frattempo mi nota. Stiamo a guardarci per un attimo, poi mi dice socchiudendo gli occhi: "Io ti ho già visto".
"Anche io ti ho già visto" gli rispondo socchiudendo gli occhi.
Ci diamo la mano.
"Ma dov'è che ci siamo già visti?" mi fa.
"Non lo so dov'è che ci siamo visti, secondo me da qualche parte".
"Sì, sì, da qualche parte. Aspetta un attimo."
Prende e va a salutare i due, ma tra loro non deve esserci un legame intimo perchè torna quasi subito da me.
"Allora dove ci siamo visti? Ma tu di dove sei?"
"Castelnovo, e tu invece?"
"Allora prendiamo la stessa corriera. Com'è che ti chiami?"
"Andrea. E tu?"
"Ma tu non compravi il fumo da me qualche anno fa?"
"Può darsi, non mi ricordo. Ma, come hai detto che ti chiami?"
"Ah, no. Tu stavi in compagnia con gente che comprava il fumo da me. O del fumo o della cocaina. Oppure tutti e due. Secondo me vendevo a qualcuno del tuo gruppo, o forse anche a te. Un sacco di roba però." Mi dice. Poi tira su col naso.
"Può darsi."
"Però io ti ho già visto, non hai un viso nuovo."
"Anche io ti ho già visto. Forse al campetto da basket in piscina. Non giocavi a basket? Aspetta, di dove hai detto che sei?"
Nel frattempo arriva la corriera.
"Comunque sì, del fumo, ma tanto, perchè io vendevo tanto fumo. Sei una faccia nota."
"Può darsi. Anche tu comunque sei una faccia nota."
A questo punto camminiamo insieme verso la corriera, ma lui non sale. Io mi siedo più o meno a metà, nel posto vicino al finestrino. Quando stiamo per partire sale anche lui, cammina fino in fondo poi torna da me e mi fa: "posso sedermi qui?"
"Certo" gli dico.
La corriera parte. File di luci multicolori tagliano la notte fuori dal finestrino. Dentro però non è buio: l'autista ha lasciato accesa la luce al neon del corridoio, appena dietro di noi.
"Allora, ma, insomma, dove ci siamo visti?" continua, poi tira su con il naso.
Inizio a credere che la conversazione stia ristagnando.
"Senti non lo so, non so neanche perchè ci conosciamo. In ogni caso, è da un pò che non ci vediamo, come va?"
"Ah, ecco, tu stavi in compagnia con uno di Castelnovo. Uno con i capelli lunghi, aspetta, come si chiamava?"
"Non lo so, può darsi, ma anche tu sei di Castelnovo?"
"Maikol, ecco, mi sembra Maikol. No? Non si chiamava Maikol?"
"Sì, conosco qualche Maikol, ma non credo che sia.."
"E adesso ti serve del fumo? Della cocaina? Quello che vuoi. Mi dai un colpo di telefono e ti porto tutto quello che ti serve."
"Oh, grazie. Sai, però, ho smesso, ultimamente."
"Ah. E come mai?"
"Mah, l'università, lo studio."
"Comunque io . Se conosci qualcuno che ne vuole, dagli il mio numero."
"Ah. E, quindi, così, adesso, vendi fumo?"
"No, no, no. Adesso ho smesso. Sono fuori da una settimana. Ero al Regina Coeli, sezione Alta Sicurezza. Mi avevano messo nell'AS. Io con la gente normale non ci sto" mi dice. Poi tira su con il naso.
"Ah. Spaccio?"
"Eeeeh. Avevo il trecentoquattordici: estorsione, il trecentodiciassette: estorsione aggravata, il quattrocentoventi: associazione a delinquere, mi hanno incastrato."
"Estorsione vuol dire.."
"Sì, poi mi hanno dato l'aggravata perchè dicono che ho fatto delle rapine ad Ancona, con passamontagna e tutto, con la pistola, mi dicono che hanno le prove, ma io ho parlato col mio avvocato."
"Scusa, ma quanto sei stato dentro?"
"Quattro anni."
"Cazzo. Tutti di fila?"
"Ogni tanto sono uscito, andavo in tribunale, poi a casa, ma non potevo stare in giro. Poi ne ho fatti anche un po' di fila."
"Ah. E ora?
"Posso andare in giro di giorno, ma alle otto devo essere a casa. Aspetta, che ore sono adesso?"
"Sette e dieci, devi firmare?"
"No, passano in macchina, basta che mi affaccio alla finestra e quelli stanno tranquilli, altrimenti mi danno evasione."
"E per quanto tempo?"
"Finchè non mi trovo un lavoro, mi hanno detto."
"E stai cercando qualcosa?"
"Ha! Ma ti sembra che io vado a fare il negro nei campi con te che mi dai le bastonate sulla schiena? Col cazzo. Quelli le catene le vanno a mettere a degli altri. Devo farmi otto ore in una fabbrica per uscire con la voglia di spararmi e per averci uno stipendio da fame? Col cazzo. Non ci metti me. Se vuoi ci metti i.. i Pakistani, se quelli lì vogliono fare gli schiavi. Quando spacciavo andava bene: me ne stavo in giro. A Milano, Parma, Roma. Avevo sempre qualche bella ragazza con me, avevo un buon giro di gente che conoscevo. A Tigurtina ci avevo un gruppo di amici: se tu mi facevi un ordine grosso io prendevo e andavo a comprare il fumo, poi ci incontravamo al parco, provavamo il fumo insieme, poi mi davi i soldi e via."
"Scusa, ma a quanto lo mettevi?"
"Mah, io ero onesto, per un kilo.. un kilo te lo facevo a duemila e cinque duemila e sei, ma era quello buono."
"E come hanno fatto a prenderti?"
"Ma boh, mi hanno detto che avevano le intercettazioni, dicevano che avevo il giro della roba. Ma io gli ho detto: senta, signor presidente, è vero. Mi faccio qualche canna, vado al sert e mi faccio seguire, ma a me dello spaccio non frega niente. Voi non avete le prove che sto nello spaccio. Certo, compro il fumo, ma non spaccio. Ma quelli mi hanno tirato fuori i numeri delle telefonate dal 2002."
"Cioè, è dal duemiladue che hai il telefono sotto controllo?"
"E chi cazzo se lo immaginava che dal duemiladue questi stavano ad ascoltare i fatti miei?"
"E sono bastate le intercettazioni a incastrarti?"
"Ma no, poi hanno tirato fuori dell'altra roba, hanno detto che sono andato ad Ancona a fare delle rapine, che loro ci avevano le prove."
"Un bel casino."
"See. E poi mi hanno messo nell'AS a Roma. Voglio dire, l'Alta Sicurezza, che io con gli altri non ci sto."
"Cosa vuol dire scusa?"
"Mah, hanno provato a mettermi con dell'altra gente in cella, ma io gli ho tirato un cazzotto in faccia a quello, ché già mi stava sul cazzo. Io in cella ci sto da solo, senza rotture di coglioni."
"E com'era stare dentro?"
"Nell'AS c'era la gente più pericolosa, quelli che hanno fatto le cose grosse: mafia, associazione con la mafia, roba del genere. In carcere ci sono i bracci. Io stavo vicino agli infami. Ma ti ho lasciato il mio numero?" mi chiede. Poi tira su con il naso.
"No, non me lo hai lasciato, ma chi erano gli infami?"
"Dai allora che te lo lascio."
"No, guarda, poi intercettano anche me."
"Eeeeh. Scheda nuova."
"Già. Non saprei, poi magari mi viene voglia di riprendere a fumare, forse è meglio di no."
"Ma dai, a parte quello. Te lo lascio, così. Poi ho smesso di spacciare, te l'ho detto."
"Magari dopo. Ma non mi hai detto chi erano gli infami."
"Ok. Erano quelli che stavano nel braccio vicino al mio. Reati di violenze, stupri e robe varie. Io li vedevo quando avevano l'ora d'aria. Il cortile era proprio sotto la mia finestra e io parlavo con un Albanese che diceva che avevano incastrato pure lui. Gli avevano fatto un mandato d'arresto in Albania perchè una lo aveva denunciato per violenza. Poi però lo hanno preso in Italia perchè quel reato ha il mandato d'arresto internazionale. Lui diceva che non era vero niente: la tipa era stata a casa sua, gli aveva fatto un bocchino e il giorno dopo lo aveva denunciato. Io però qualche sigaretta gliela allungavo lo stesso. E poi chi lo sa come stanno le cose?"
"Già. Nessuno."
Nel frattempo siamo arrivati a una fermata in mezzo al nulla. Il marocchino che non mi ha detto il suo nome si alza e si avvicina alla porta che sta proprio di fianco a dove siamo seduti noi. Le porte si aprono, mi fa un cenno di saluto, poi fa per scendere. Però invece di scendere si ferma sui gradini, si gira e mi fa: "Ma poi te l'ho lasciato il mio numero oppure no?"
Non so per quale ragione, ma a quel punto io stacco la schiena dal sedile, lo guardo con le sopracciglia alzate, metto le mani all'altezza della testa come se si trattasse di una rapina e gli rispondo: "No, no" e gli faccio un sorriso.
Lui tira su con il naso, poi si gira, finisce di scendere i gradini e scompare, avvolto dal buio e dalla merda che piove dal cielo.


Otrebor Red RuM

sabato

QEA: come si fa a morire di fame, se si sta seduti su una montagna d'oro?

Porca troia la merda avevo scritto il post più bello della mia vita sulla neve, l'ovattamento e le sensazioni e la creatività e il computer di merda milanese me l'ha cancellato.Ma io non cedo.Lo riscriverò, anche se sarà diverso,cazzo era bellissimo, era una gran idea! Cazzo, vaffanculo, il computer su cui sto scrivendo e il coltan con il quale sono fatti tutti gli apparecchi elettronici del mondo (cellulari,iPod,computer, blackberry...). Ma sapete dov'è l'80% di questo materiale(del coltan)? Nella RDC (Repubblica Democratica del Congo) ed è per questo che adesso là, c'è la guerra civile perchè le multinazionali ue,usa,asiatiche vogliono fare in modo che il governo sia debole ed instabile e così fare quello che vogliono sul territorio congolese. La realtà è molto più complessa, ma siccome mi sono documentato sulla facenda per 2 settimane è bello dare una conclusione così stereotipata che non rispecchia assolutamente la mia conoscenza in materia, anche se in realtà è solo una delle tante conseguenze/cause della vicenda, ma è quella che si sente sempre dire e allora dato che i lettori/scrittori, sono soliti non dare conclusioni stereotipate, allora io questa volta la dò, perchè in questo blog si scrive sempre il meno stereotipato possibile. Tornando alla RDC...In economia ambientale si chiama "La maledizione delle risorse naturali". La RDC, da non confondersi con la confinante Rep. del Congo, ne è piena: petrolio,diamanti,coltan( dal minerale tantalio). E' facile boicottare i diamanti, voglio vedere boicottare i cellulari ed i computer e lo dico ai cari "comunisticontroilsistema" Peccato che se la RDC chiudesse le sue miniere (chiamarle miniere è fargli un complimento dato che è stato calcolato che con un anno di lavoro lì dentro invecchi 3 anni) in cui si scava con le mani in una poltiglia contaminata in cui c'è il tantalio, entro 1 anno non ci sarebbe più la materia prima per fare questi prodotti, per noi fondamentali.
E invece no, con tutta la ricchezza che hanno sono poverissimi e malandatissimi, pensate solo che tutti i congolesi hanno di base la malaria. E potrei andare avanti all'infinito, narrandovi le sciagure di questo Paese, ma tutto questo non ci solleverebbe dalla consuetudine, che purtroppo, come si diceva in un famoso film, recita così: QEA.

Questo post è stato realizzato a causa di un difetto applicativo causato dal coltan, che altrimenti avrebbe visto la pubblicazione per la quale il Violento si è sfogato all'inizio.

Jaco

ps mi han detto di dirvi che a breve comparirà il post più introspettivo scritto da JVMilan

mercoledì

Concettina

Mi hanno chiamato una settimana fa.
Era una voce incerta ma squillante. Si chiamava Concettina, me lo disse subito, e lavorava per una azienda di cui non ricordo il nome. Ora anch’io sto lavorando in questa azienda e tuttavia non ne ricordo il nome. Non lo ricordo perché ad ogni telefonata che effettuo ne devo utilizzare uno diverso. Propriamente non è quindi che non me lo ricordi, ma piuttosto non lo conosco. Ecco, non lo conosco affatto. Ora che ci penso attentamente: non l’ho mai conosciuto.
Non conosco il nome dell’azienda in cui da una settimana lavoro. Ecco, è necessario essere precisi quando non si parla di niente. Il rischio di essere fraintesi è molto alto; me l’ha insegnato il dottor Toad.

Concettina mi disse che la sua organizzazione, non so che perifrasi usò, cercava dipendenti. Io ero disoccupato e privo di idee, perciò mi recai al colloquio. Si trattò di una chiacchierata molto breve: il dottor Toad mi chiese se amavo i gatti; io dissi di sì. Poi mi domandò se avevo mai posseduto, in vita mia, un gatto rosso di nome Tim. Io risposi di no. Il dottor Toad restò in silenzio e mi scrutò attentamente. Io, con lieve imbarazzo, gli chiesi se la risposta fosse quella giusta ed egli sorrise allegramente: “Non esistono risposte giuste, ragazzo.”
Mi assunsero.
Il dottor Toad mi spiegò che il lavoro consisteva nel telefonare ai potenziali dipendenti (ognuno è un potenziale dipendente) per proporre anche a loro una vantaggiosa occupazione. Capii immediatamente di essere finito subito ai piani alti, ai piani concettuali, ai piani di Concettina. Immaginai che, se gli ero piaciuto così tanto da farmi balzare direttamente ad un ruolo dirigenziale, neppure il dottor Toad dovesse aver mai avuto un gatto rosso di nome Tim.

Lavorare non era faticoso. Dovevo restare per otto ore seduto alla mia scrivania, con i pannelli di plastica a separarmi dai colleghi, e dovevo telefonare. Mi era stato assegnato un comune, non ricordo neppure quale. Elenco telefonico alla mano avrei dovuto contattare ogni abitazione per domandare se ci fosse qualcuno interessato ad un posto di lavoro.
Avevo un elenco con 100 nomi di aziende e dovevo alternarli: una volta telefonavo per conto della Toad imballaggi. Poi la Toad pompe funebri. O innumerevoli NonNecessariamente Toad. O magari Toad&Toad immobiliare. Fratelli Toad Records, AuTOADmobili, Toad procreazione assistita eccetera eccetera.
Era divertente; potenzialmente noioso ma a tratti stimolante. A volte scommettevo su quanti secondi sarei durato, li scrivevo su un fazzoletto di carta e poi guardavo i numeri scorrere sul quadrante del telefono. Vincevo sempre quando ero modesto, perché in effetti non avevo molto successo: spesso non mi lasciavano neppure terminare il motto iniziale e riattaccavano. Ma qualcuno ogni tanto accettava; li intuivo con lieve anticipo misurando l’ansia con cui rispondevano. Quando riscontravo un interesse, anche se flebile, premevo il pulsante rosso del mio telefono e passavo la chiamata all’interno 5, dove il dottor Toad fissava l’appuntamento. Così come aveva fatto con me.

Passarono in questa maniera una manciata di giorni. Finché un giovane, col tono scettico e l’accento da ricco viziato, mi domandò di che cosa si occupasse la nostra azienda. Gli risposi che io, ad esempio, ero stato assunto ed ero subito passato al reparto assunzioni. Gli dissi anche che, nello stanzone dove si ergevano le pareti di plastica che erano il mio ufficio, vi erano almeno altri cento loculi simili, e che tutti i miei colleghi si occupavano di ricercare nuovo personale.
“Sì.” Disse lui. “Ma questo personale, alla fine, cosa andrà a fare?”
Io non seppi rispondere e pensai che non tutti sono così fortunati da saltare la gavetta. Ma, notando in lui un certo interesse, lo passai senza dir nulla all’interno 5.
Da quel giorno, che era poi ieri, nacque però in me un inaspettato dubbio. Aprii il cassetto ed estrassi il contratto d’assunzione, con in calce la mia firma. Non vi era la denominazione di nessuna azienda e neppure riferimenti ad eventuali attività produttive. L’unico nome presente sul foglio era quello del dottor Toad.
Mi recai da lui.

“Salve dottor Toad.” Dissi. “Avrei un paio di domande da porle.”
“Dica pure.” Rispose lui, con quella sua aria fine e blasè da gran signore. “Dica pure.” E guardò l’orologio, per farmi capire subito di non avere molto tempo a disposizione.
“Mi scusi, eh, ma volevo domandarle di cosa si occupa la nostra azienda?”
“Di procacciare personale.” Sorrise lui, stupito dalla mia ingenuità. “Perché, lei quando telefona cosa fa?” Mi chiese. “Vende forse enciclopedie?”
“No, ecco.” Balbettai. “Il punto è che -mossi le mani facendole roteare su loro stesse per spiegare la circolarità dei miei pensieri- insomma, noi procacciamo personale ma poi questo personale dovrà pur servire a qualcosa?”
Il dottor Toad sorrise. “Certo.” E sembrava che stesse iniziando una lunga prolusione. Ma poi restò zitto e mi fisso, come se quel certo significasse tutto ciò che era possibile dire.
Allora io lo guardai con aria interrogativa e sbattei gli occhi: “Cosa?”
“Cosa… cosa?” Sghignazzò lui.
“Cosa fanno?”
Il dottor Toad manifestò genuino stupore. “Chi?”
“I nuovi assunti.” Precisai io, un po’ stizzito.
Il dottor Toad aprì le braccia e si accarezzò la pancia, facendo scivolare la mano sotto al doppiopetto beige. “Quello che fa lei.” E sorrise di nuovo. Sembrava che il suo sorriso giungesse ogni volta alla massima apertura, ma al fuoriuscire di ogni sillaba si ampliava maggiormente. Pensai che, se fossimo stati in quella stanza per due giorni a parlare, il suo sorriso avrebbe potuto lambire i muri e riempire tutto lo spazio.
“Quello che fa lei.” Ripeté. “Procacciano personale.”
“Ok, ok.” Dissi di nuovo io, cercando di riordinare le idee. “Ok. Ma questo personale dovrà pur fare qualcosa, prima o poi. Ora, io so che lei mi risponderà: procacciare del nuovo personale. Ma questa è una non-risposta, insomma… non vale. L’azienda non starebbe in piedi, non avrebbe senso. Quindi mi dica, seriamente: di cosa si occupano i nuovi assunti?”
Il dottor Toad mi sorrise e premette le dite la une contro le altre, facendole schioccare, poi guardò annoiato l’orologio e, rivoltosi di nuovo a me, ampliò smisuratamente il diametro del suo assurdo sorriso. “Si occupano di procacciare del nuovo personale.” Disse con puntualità, aprendo gioiosamente le braccia. “La prego di scusarmi, ora.” Aggiunse. “Ma ho un appuntamento.” E mentre uscivo dal suo ufficio, salutandolo, non smise mai di sorridere.

Ecco.
Ora sono qui. Di fronte al telefono. Ho l’elenco fra le mani e annuso il suo profumo di carta riciclata. Mi dico che avrei dovuto insistere maggiormente con il dottor Toad, ma poi penso al suo assurdo sorriso e mi rimetto a lavorare. Digito il numero di un cognome a cui non faccio neppure caso. Mentre mi preparo a srotolare la solita litania -ho scelto la NonNecessariamente Toad prodotti religiosi- mi accorgo che la voce dall’altro capo del filo non mi sembra affatto nuova.
Finisco di parlare: “La nostra azienda… nuovo personale… colloquio… eccetera eccetera.”
“Sì grazie, sono interessata.” Risponde.
In questo momento la riconosco. È lei. Sì, è proprio lei. Ricordo la sua tonalità. Esito, perché in realtà la ricordo lievemente differente. Allora avvicino l’indice della mano destra al pulsante rosso. Poi esito di nuovo. Sto per schiacciare, sto per passarla all’interno 5. Accarezzo la plastica luccicante, ma prima di premerla trovo finalmente il coraggio per porre la mia domanda: “Mi scusi.” Balbetto. “Le dispiacerebbe dirmi il suo nome?”
Segue un lungo attimo di silenzio, che mi pare di aver già vissuto infinite volte, poi la sua voce parla di nuovo; è incerta ma squillante.
“Mi chiamo Concettina.” Dice.

show em watcha got

Oggi sono andato a correre con jonny e manzo.
Quando siamo tornati, al palazzetto c'erano i miei vecchi compagni di basket che stavano giocando 3 contro 3 a metà campo.
Allora visto che c'era una palla disponibile l'ho presa e mi sono messo a fare due palleggi, pensando che sarà stato da almeno un anno che non ne toccavo una.
Poi ho pensato che prima di andare via potevo almeno fare due tiri nel canestro libero e che forse era da un po' che ne avevo voglia.
Devi sapere che io sono sempre stato un tiratore squallido quando giocavo, cioè, potevo difendere, penetrare, andare in contropiede, a rimbalzo, ma ogni volta che tiravo usciva qualcosa di brutto dalle mie mani e in più spesso non la mettevo.
Sono andato verso il canestro palleggiando poi mi sono fermato, ho piegato le ginocchia e ho fatto un tiro così, come mi veniva. Dopo un anno che non tiravo a canestro.
Ha preso il ferro dietro e poi è uscita.
L'ho guardata rimbalzare poi le sono corso incontro, l'ho ripresa tra le mani e ho sentito i pallini di gomma antiscivolo delle palle da esterno premermi contro le dita e contro il palmo della mano.
Mi sono detto che forse non avevo piegato bene il polso destro.
Allora ho fatto altri due palleggi e al secondo la palla stava per scivolarmi via. Mi sono allungato per riprenderla, ho fatto un altro palleggio poi ho piegato di nuovo le ginocchia e ho tirato, cercando di piegare il polso come mi avevano insegnato.
Stavo pensando a questo e a nient'altro.
Che forse avrei dovuto piegare un po' di più il polso per fare entrare dentro la palla.
Dietro di me c'erano gli altri che correvano e che si chiamavano i blocchi come qualche anno fa, con la luce delle sette di sera al campetto d'estate, quando era importante metterla dentro per far capire chi eri.
Ha scodellato e poi è uscita di nuovo.
Quindi sono andato sotto canestro per fare un tiro da vicino e per migliorare la tecnica, solo che è uscito anche quello.
Allora ho pensato che se fosse successo qualche anno fa mi sarei vergognato a morte e mi sarei incazzato perchè non si può sbagliare un tiro da sotto o non sei un giocatore di basket.
Allora ho sentito le mie budella rivivere cinque anni di vita, ripercorrere in un attimo tutto quello che c'è stato in mezzo e poi mi si è creata una grande calma dentro.
Ho corricchiato verso la palla, ho pensato che forse avrei dovuto tenere più ferma la mano sinistra e muovere solo la destra, spezzando meglio il polso, l'ho presa, ho fatto un cambio di direzione e ho tirato, è uscita di nuovo e non ha toccato neanche il ferro.
Gli altri continuavano a giocare. Ho lasciato che facesse qualche rimbalzo e poi l'ho ripresa e ho continuato a tirare.

The negro man with the fling

giovedì

Er Revengge

-Clara, passame a Bredd Pit
-Ancò?
-Sì, ancò. Me piace a Bredd Pit
-Comunque hacci sbagliato a scrivvé querr essemmesse a lo Mark
-Ecchè?
-Sì. Secondo me invecce de ascrivere “se te va ce possiamo arvedere” ce dovevi ascrivere “appresto”
-Ecchè? Sono astata troppo espliccita? Forse che potevo scrivere solo “ci possiamo arvedere appresto”
-Senza er “se ti va”
-Eccerto, è chiaro che mo glie va… entanto passame a Bredd Pit
-Mo teo porto
-Anze no, me so stracciata li coglioni de a Bredd Pit… dammi er Negro Anonimo
-Er Negro? Te farà male er Negro
-Tiova Clara
-Che maiala
-Dai passami il binocolo
-Aspetta
-Non ci vedo un cazzo da così lontano, passami il binocolo
-Dopo dallo anche a me
-Oh, la volete smettere di rompere i coglioni? È stata una mia idea quella del binocolo
-Diova il binocolo
-Sì, a Clara, sì, er Negro Anonimo, oh, mo vegni qui anche tu
-Vegno da sola?
-Portate anche a Silvestro Stellone
-Silvestro Stellone, ammazza oh che figo. Mo te sbatto Roki su pel culo
-Sbattemelo Cla! Sbattemelo
-No, anche quello no?
-Cosa, cosa?
-L’amica, quella con i capelli tinti di biondo e due bocce così
-La maiala
-Ziocan le maiale
-Cosa fa, cosa fa?
-Passami il binocolo, egoista
-Col cazzo
-Almeno dicci cosa fa
-Ha preso l’altro vibratore
-Quello nero non gli bastava?
-Tiova quello nero

Killer Toad
(p.s. Siae a Raimondo per il Tiova)

sabato

Mother & Son*

Ci sono 25 minuti di ritardo al momento

Bene, dimmi poi quando parti

Dio caneeee

Piantala! La prossima volta cerca di partire con quello prima

Dio puttana di dio

Non hai altro da dire? Parla con qualche ragazza

Dio porc. Con chi dio merda?

Quelle di ieri sera. Mettila sulla pietà magari funziona

Dio can. Cmq dì a IB che sarà meglio che non la incontri in giro

Vai avanti ancora con lei? Ma piantala e non pensarci più che non va bene per te

35 minuti. Non va bene nessuno per me. Forse non vado bene io.

Sei troppo individualista ed egocentrico devi lasciarti andare un po' il mondo non gira solo come pensi tu le donne sono complicate vogliono avere sempre l' idea di decidere tutto loro non puoi sempre criticare tutto

Ok

Cmq ne possiamo parlare quando torni

Non torno



Marin Faliero
* Con il nuovo decreto sulle intercettazioni nessuno sarebbe venuto a conoscenza di tale fattispecie

martedì

your skull is red

-vieni a vedere, gli ho spezzato un'ala.
-come si fa a spezzare l'ala a una mosca?
-no, infatti gliel'ho strappata, e adesso gli strappo l'altra.
-diocan se rompi i coglioni jonny.
-povera mosca.
-povera mosca!? devono morire tutte, a cosa servono gli insetti? a dar da mangiare ai piccioni e ai topi. che muoiano.
-prima o poi si vendicheranno su di te, filo. oppure sarò io a vendicarmi sui tuoi gatti.
-fai pure. peggio per loro. ha! guardala! è diventato un fottuto insetto da terra. cammina, puttana. adesso la schiaccio.
-dov'è? dov'è? ha è lì! guardala!
-casoli le avrebbe tolto pure le zampe.
-diocan casoli.
-adesso gliele strappo io. dov'è? vieni qua!
-no filo.
-la faccio diventare un lombrico poi l'annego.
-oh romi! e l'insetto che prima ti camminava sulla mano sott'acqua?
-dio va. c'era questo insetto
-ma era un insetto qualunque o era una formica regina?
-no perchè vedi, le formiche regina sono più grosse e hanno le ali.Però in questo periodo piove molto, quindi le formiche sono disorientate perchè pensano che sia già autunno, che è la stagione in cui si riproducono. Quindi escono dai formicai per accoppiarsi in volo e formare delle nuove colonie. Naturalmente, dopo l'accoppiamento, i maschi muoiono. Vedi, quando io avrò la mia teca con le mie due colonie separate tra di loro, questa velleità di riprodursi non avrà senso, quindi sarò costretto a decimarle di volta in volta con stratagemmi macchinosi. Ad esempio potrei levare il vetro che separa le due colonie e lasciare che si massacrino a vicenda, oppure simulare intemperie atmosferiche come alluvioni o pioggia di macigni. Alla fine sarò il loro dio.
-io mi diverto di più a strappare gli arti di questa mosca.
-la dali e la giuli non vengono?
-sono con i loro nouvi amici.
-sono a farselo dare nel culo da bonch.
-tiovah bonch.
-chi è bonch, signori?
-uno sfigato.
-e perchè la dali e la giuli non escono più con noi, ma se lo fanno dare da uno sfigato?
-oh vieni a vedere non ci ha più neanche le zampe.
-hah. è diventata una palla.
-era inevitabile che accadesse, lo sapevi anche tu sciatz.
-si, ma per me è stato diverso, non ho visto le cose cambiare.
-le cose erano già cambiate da prima che tu partissi.
-dai filo, finisci quella cazzo di mosca.
-aspetta, mi sto divertendo.
-oh ma dimmi come è andata a lione.
-è andata bene.
-insomma, figa?
-sì, beh, le francesi sono diverse. Cioè, le relazioni sono molto più paritarie: sono finito in mezzo a una manifestazione dove c'erano quasi più ragazze che ragazzi, o, almeno, le ragazze si sentivano di più. Poi non c'è la dimensione italo-mafiosa del possesso della ragazza; ad esempio, se una ragazza è fidanzata ed esce spesso con un amico, nessuno pensa che sia una cosa strana. Credo che il movimento sessantottino sia stato molto importante per l'emancipazione femminile e per l'eguaglianza dei sessi. E poi ho mangiato il khat, che è una pianta che cresce in etiopia che ha effetti stimolanti dal punto di vista neuronale: ti danno un arbusto e tu devi staccare le foglie e masticarle accumulandole in una guancia.
-ma, insomma, figa?
-un fallimento completo.
-beh. comunque se la tua ragazza uscisse con scrolla non so se saresti molto contento. Anche se sei francese.
-fossi, jonny.
-no, perchè?
-anche se fossi francese
-si l'ho capito, ma tu devi tacere perchè scrolla se la scopa per davvero la tua ragazza.
-hahaha. scrolla.
-diocan scrolla.
-scrolla, gli farei fare la fine di questa mosca. toh!
-guarda come si muove lì per terra.
-oh te lo immagini? scrolla nudo che farcisce la tua ragazza e che in più le mette un dito nel culo. Così. Plop. Diova. credo, credo che mi ammazzerei. ma prima ucciderei loro due, con la katana. Sai, vai sopra al letto la alzi così e poi ha! Li infilzi come se fossero burro. Però, a parte tutto, godono davvero se gli infili un dito su per il culo. Ero con questa figa e ad un certo punto la chiama sua madre e le fa -lei mi faceva sentire mentre le parlava- le fa "allora avete già sfondato il letto?". E io la guardavo e ridevo haha. Peso se tua madre ti fa una telefonata del genere. Alla fine lo sapeva anche lei che ero lì nella sua casa a scoparmi sua figlia.
-tieni, guarda, scopati questa mosca.
-tiovah, il moncherino.
-adesso vedi che fine fa. stai ferma. guarda guarda. voola!

Quincey Morris

venerdì

Mucche. [Take Two]

La plastica appoggiata al mio orecchio iniziava a scaldarsi, a diventare appiccicosa. Ancora pochi minuti e si sarebbe sciolta nella mia mano, ricoprendo la voce ruvida dall'altra parte, gocciolando sul pavimento. Sentivo già il suo odore acre, pungente come amoniaca, mischiarsi con il nulla di quella mattina surreale.
Parlava a nome dell'Internazionale delle Mucche. Voleva una cosa che mi apparteneva. Serviva un accordo. Provai a ripetermi nella testa queste parole, nel tentativo di tirarne fuori un senso, un appiglio, ma era del tutto inutile. Non sapevo cosa pensare. Rimasi in silenzio, con nell'orecchio quella strana interferenza, simile ad un respiro metallico. Nessuno disse nulla.
-Se non le dispiace preferirei continuare questa conversazione di persona. Sono abituato a trattare gli affari in condizioni più intime, e sono sicuro lei la pensi allo stesso modo. Una macchina la passerà a prendere tra pochi minuti, ma faccia pure con comodo. Aspetterà tutto il tempo necessario. A presto.
A questo punto la voce svanì, insieme al sottofondo che la accompagnava. Al loro posto il bip-bip della linea vuota si susseguiva regolare. Aspettai alcuni istanti, quindi rimisi la cornetta al suo posto. La maglietta bagnata di sudore si era ormai attaccata alla mia schiena, un sudore tiepido e inodore. Il suono delle cicale era il solo rumore cha arrivava da fuori. Il mondo era come morto, annegato sotto al caldo denso come nebbia.
Magari era tutto una finzione, una strategia publicitaria per qualche nuovo prodotto pronto ad entrare in commercio. Magari si trattava di un banale scherzo di un gruppo di ragazzini, fumando sigarette e bevendo birra intorno ad un telefono pubblico. Pensai queste cose, ricercando un senso per quella telefonata, per quella voce salita da un buco profondo, ma nonostante ciò sentivo che un'impressione di concretezza attraversava tutta la faccenda. Sentivo che tra poco una macchina si sarebbe fermata sotto casa mia, reale e bollente dal sole. Mi passai le mani sulla faccia, con la barba di un paio di giorni che iniziava a bucare come piccoli spilli. Non sapevo cosa fare. Non sapevo se quella era realmente la mia faccia. Nel suo tappeto d'ombra Mia sembrava dormire, stesa su un fianco, all'oscuro di tutto.
Lasciai passare un pò di tempo, respirando lentamente, senza il minimo movimento. Non avevo nessun impegno per la giornata, l'ufficio sarebbe rimasto chiuso per via di alcuni controlli aziendali, e uscire fuori per una corsa sarebbe stato un suicidio. Sarei dovuto andare a fare le spesa, ma dopotutto non era così urgente. Avevo ancora qualcosa nel frigo, e pensai che sarebbe facilmente bastato fino al giorno seguente. Niente sembrava impedirmi di andare in fondo a tutta quella strana faccenda.
Andai in camera, presi una maglietta pulita, un paio di pantaloni leggeri, e me li infilai. Ad ogni movimento l'aria si faceva più rarefatta, quasi fossi sulla Luna. Dopo essermi buttato dell'acqua fredda sul volto, fissai la mia immagine nello specchio del bagno. Appariva consumata, le guance leggermente infossate, quasi qualcuno la stesse svuotando dall'interno. Velocemente ci passai un asciugamano sopra, quindi tornai nel salotto. Fermo sulla porta osservai il cartone di latte rimasto sul tavolo, la striscia di luce che attraversava il pavimento, Mia addormentata nella solita posizione di prima. Tutto appariva come un quadro, in cui i colori si stiano piano piano sciogliendo, confondendosi tra di loro.
Nel frigo la sola cosa da bere che trovai fu una birra. Era mattina, ma non avevo altre soluzioni. La aprii, lasciando cadere il tappo con un suono metallico sul tavolino davanti al divano. Ne presi un lungo sorso, lasciandola scivolare lungo la gola, fredda come ghiaccio. In pochi istanti mi sentii meglio. Un soffio d'aria calda arrivato chissà da dove mi accarezzò la faccia. Presi un secondo sorso, andando a piccoli passi verso la finestra. Nella luce accecante guardai giù. Una lunga automobile nera era parcheggiata esattamente davanti al mio portone. In mezzo a tutta quella luce pareva una goccia di petrolio sopra un lenzuolo bianco. Intorno non accadeva nulla, nessun movimento. Un attimo dopo qualcuno bussò alla porta.
Sorpresa dal suono improvviso, Mia si svegliò, alzandosi a mettendosi a sedere, come aspettando qualcosa. Passandosi la lingua rosa sul naso mi guardò con aria confusa, quindi si stirò nuovamente. Pochi istanti e sentii bussare ancora. Con passi pesanti andai verso la porta, fermandomici davanti, indeciso su cosa fare. Cosa sarebbe successo se non avessi aperto? Chi era a bussare dall'altra parte? Forse non c'era nessun collegamento tra la telefonata e la macchina ferma in strada, forse era soltanto la consegna della posta. Per un momento ripensai alla voce dall'altra parte della cornetta, reale e solida come una pietra. In un ultimo lungo sorso finii la birra che avevo in mano, quindi aprii la porta.

EH16

Mucche. [Take One]

Faceva caldo, un caldo soffocante. Come fosse una pellicola da cucina, sentivo l'aria avvolgermi la pelle, in silenzio. Fuori dalla finestra un vento bollente faceva ogni tanto ondeggiare le foglie in bilico su sottili alberi di leccio, mentre da un posto lontano arrivava debole il suono di alcune cicale. Una nuvola finta restava immobile contro un cielo azzurro sbiadito. Nient'altro. Era mattina presto.
Seduto al tavolo provavo a fare colazione. Ogni cosa nella stanza sembrava avere una tonalità simile alla paglia, al grano maturo. Ero solo. Una goccia di sudore mi scivolò sulla fronte, fino a fermarsi poco sopra l'occhio sinistro. Feci un respiro profondo, cercando di raccogliere più aria possibile. Ero solo e provavo a fare colazione. Un cartone di latte fresco, sul quale iniziavano a formarsi vene d'acqua, era appoggiato sul tavolo davanti ai miei occhi, insieme ad alcuni biscotti al cacao. Pensai che avrei voluto ascoltare un disco di Kenny Burrell, lasciarlo mischiare al caldo denso, ma non trovai le forze. Rimasi così ad osservare i biscotti alcuni attimi, con la sensazione che si sarebbero potuti sciogliere da un momento all'altro.
All'improvviso il telefono iniziò a suonare. Era uno squillo ovattato, come se qualcuno avesse messo il tutto sotto il coperchio per il pane. Contai gli squilli che regolari si inseguivano. Quindi si interruppe, e tutto tornò al silenzio di prima. Presi un biscotto e lo infilai in bocca, sentendo le briciole di cacao posarmisi sulla lingua. Quindi, sentendo sotto le dita l'acqua che lo ricopriva, afferrai il cartone del latte e ne presi lunghi e lenti sorsi. La sensazione di fresco non durò che pochi istanti, ma non mi ero fatto nessuna illusione in proposito. Sarebbe stata la giornata più calda della mia vita, e non c'era nulla che potessi fare al riguardo.
Da dietro la porta socchiusa comparve Mia, che con la sua solita eleganza si avvicinò piano verso di me. I suoi movimenti calmi parevano adattarsi alla situazione più di altre volte, lasciando dietro i suoi passi un odore di soffice stanchezza. Con la coda verso l'alto, si fermò ad annusare le dita dei miei piedi nudi sotto al tavolo, per poi strusciarsi contro le altre sedie vuote, seguendo una danza sconosciuta. Trovato un angolo di ombra ci si andò poi a sedere, iniziando a leccarsi le zampe con aria annoiata. Ingoiai il mio secondo biscotto e chiusi gli occhi. Il caldo teneva appiccicati tra loro i pensieri, li appesantiva.
Fu quando li riaprii che mi accorsi della foto. Se ne stava lì, attraversata dalle gocce d'acqua sul cartone del latte. Era una foto in bianco e nero, sotto la quale si leggeva la parola SCOMPARSA, in caratteri blu come quelli sul resto della confezione. Allungando la mano lo avvicinai a me, nel tentativo di vedere meglio la fotografia. Una ragazza dai capelli corti legati in un codino sembrava osservare qualcosa oltre l'obbiettivo, senza che si potesse dire avesse una espressione particolare sul volto. Le sottili labbra erano chiuse, ed una collana di perle le scendeva intorno al collo snello. Pensai che avrebbe dovuto avere intorno ai ventisei anni, forse ventotto. Alle sue spalle non c'era nulla, solamente lo sfondo bianco del cartone del latte. Rilessi la parola SCOMPARSA un paio di volte, provando ad associarla alla foto appena sopra. Era una ragazza stupenda.
Intuire qualcosa di più era difficile. Ogni elemento era assente. Solo quel viso, il suo sguardo distratto, e la scritta blu. Provai ad osservare con attenzione dentro gli occhi scuri, cercando un riflesso, una qualche sottile emozione, ma senza risultato. La sola cosa che la foto lasciava passare era la bellezza di quella ragazza. Niente di più. Alzatasi in piedi, Mia si allungò nell'ombra, tenendo ferme le zampe davanti e la coda alta sul sedere. Rimase in quella posizione alcuni secondi, stirandosi tutta, poi si mise nuovamente seduta, ferma ad osservarmi. Ci guardammo senza dire nulla nel caldo sempre più denso, quindi miagolò.
Andai in cucina e presi una scatoletta di cibo dallo scaffale in alto mentre lei si strusciava gentilmente tra le mie gambe. La aprii e versai i pezzetti di carne gelatinosa nella sua vaschetta, poi buttai il resto nel cestino. Appoggiato al lavandino la osservai annusare con sospetto e mangiare con calma la sua colazione. Chissà quale era il suo nome, se era ancora viva. Chissà come era finita sul mio cartone di latte. Forse non era altro che una vecchia foto, e il caso era già stato risolto. Era tornata da chi la stava cercando, lasciando i consumatori di latte all'oscuro di tutto. SCOMPARSA. Mia mangiò tutto, e dopo aver preso un pò di latte dalla ciotola di fianco iniziò a leccarsi i baffi, tornando nel posto all'ombra dove si trovava prima. Immerso nei miei pensieri la seguii, lasciandomi cadere sul divano. A quel punto il telefono squillò per la seconda volta. Un suono strano, come provenisse dal fondo di un pozzo vuoto e umido.
-Chi parla? Anche la mia voce era calda, appiccicosa. Proprio come tutto il resto quella mattina.
-Non ha importanza-, rispose qualcuno dall'altra parte del telefono, -ciò che conta è che lei ha qualcosa che deve venire in nostro possesso. Ora, come può ben immaginare, vorremmo che ciò avvenisse senza problemi per nessuno.
Indeciso sulla realtà di ciò che stava succedendo rimasi in silenzio. Una breve pausa e la voce continuò.
-Abbiamo ragione di credere che lei sia in possesso di un oggetto per noi di estremo valore, e per il quale saremmo disposti a darle una cifra considerevole. Si tratta solo di trovare un accordo.
-Come fa a sapere chi sono. Chi le ha dato il mio numero. Chi diavolo è lei.- Mentre dicevo queste cose in tono monotono osservavo la nuvola nel cielo azzurro. Sempre nel solito punto esatto. Sempre immobile.
-Tutto questo non ha importanza, mi creda, la minima importanza. Le sto parlando a nome dell'Internazionale delle Mucche, e se non riusciremo a trovare un terreno di accordo, le cose potrebbero diventare spiacevoli per entrambi. Ma questo non significa nulla. So bene che lei si comporterà in modo razionale, e che ben presto tutto questo non sarà che acqua passata.- Un disturbo sulla linea accompagnava la voce nella cornetta, come giungesse da un luogo troppo lontano, troppo profondo.

EH16.

martedì

Dead man thinking

Cammina nervosamente avanti e indietro. Suda nel tentativo di guardarci tutti in una sola occhiata. La nostra disposizione lo costringe a muovere continuamente le pupille da destra a sinistra. Da sinistra a destra. È teso. Forse in panico. Anch’io lo sono. Lo siamo tutti, credo. Io però posso permettermi di stare zitto. Di pensare. Riflettere. Posso permettermi di non fare passi falsi. Resto immobile, nascosto. A meno che lo stesso passare inosservati non sia un passo falso. Ecco, mi ha guardato. Io ho distolto gli occhi. Non va bene. NON VA BENE! Non devo distogliere gli occhi, ma non devo neanche guardarlo a testa alta. Distogliere è segno di debolezza, fissare di sfida. Devo fare - finta - di - niente. Non guardarlo mai, in modo da evitare di dover decidere tra distogliere e sfidare. Devo passare inosservato. A meno che lo stesso passare inosservati non sia un passo falso. Questo l’ho già detto. E se invece. Forse dovrei farmi notare. Potrebbe essere che. Ma sì, perchè no? Posare gli occhi spesso sulla stessa persona alla lunga potrebbe ispirare inconsapevolmente simpatia. Se la mia immagine gli diventa familiare, al momento della scelta opterà per la faccia più insignificante. Quella che ha tentato di passare inosservata, riuscendoci, decreterà la propria fine. Va bene. Allora devo farmi notare. Ma in che modo? Muovermi, parlare, soffiarmi il naso? Ogni scelta è estremamente pericolosa. Qualsiasi mio gesto può creare in lui una reazione. Noi non sappiamo quando. Ma succederà. Potrei infastidirlo. Potrebbe pensare che voglio dissuaderlo. Che tono di voce usare? Forse è meglio stare zitti e indifferenti. Non proprio nascosti, ma indifferenti. Però. La mia indifferenza potrebbe essere letta come strafottenza? Se è così meglio mostrarmi debole e distogliere. Abbassare lo sguardo. Anche se. Non mi sembra il tipo da provare compassione. Troverà ridicola la mia umiliazione. In fondo la strafottenza è una dote ammirevole. Per tipi come lui. Devo guadagnarmi il suo rispetto. Ora lo fisso negli occhi. Adesso. Tra un momento. Adesso lo fisso. Adesso. Adesso. Adesso. No, aspetta. Il rispetto infonde paura. E ciò che incute timore induce reazioni. I cani più pericolosi sono i più paurosi. Dove l’ho letto? S’è fermato. Ha trovato una posizione da cui controllarci tutti. Lo osservo con la coda dell’occhio. Respira più lentamente. Ma non è ancora tranquillo. Non lo sarà fino a quando tutto questo non sarà finito. Anch’io a quel punto lo sarò. In un modo o nell’altro. Che fa? Si direbbe che ci stia contando. Meglio non guardarlo ora. Se sapessi che criterio usa, accidenti. Forse dipende dall’ordine delle nostre sedie. Senz’altro è questa la chiave di lettura. Anche se lui crede di scegliere a caso, l’occhio vuole la sua parte. La sua mano si dirigerà verso un punto in grado di rispettare la simmetria. O di infrangerla. Ma sempre con criterio. Purtroppo non sono seduto vicino al morto. Altrimenti sarei salvo. Accidenti! PERCHÈ NON SONO SEDUTO VICINO AL MORTO? Io non farei mai due morti vicini. L’occhio vuole la sua parte. Questo l’ho già detto. Se togliamo i due vicini al morto rimaniamo papabili in tre. Accidenti. No. Calma. Calma. Devo capire. Se capisco il criterio saprò se fissarlo o distogliere. Compassione o rispetto. Se capisco il criterio. Ma questo l’ho già detto. Accidenti. Calma. Perchè sta fermo? Non si muove più. Accidenti. Sta lì. Fermo. Calma. Devo riflettere. Allora. Di noi tre il più esterno è salvo. Non sceglierei mai il più esterno. L’occhio vuole la sua parte. Inconsciamente o no, l’ha pensato anche lui. Lo dimostra il fatto che il morto è il secondo della fila. Non l’altro esterno. Di noi tre il più esterno non sono io. Accidenti. A questo punto tutto dipende dal suo carattere. Che fa adesso? Perchè si è mosso? Calma. C’è ancora tempo. Mi ha guardato. Sembra stanco. Se ama la simmetria sono salvo. Altrimenti. Devo capire che tipo è. Se è ordinato, per sicurezza meglio fissarlo negli occhi. Se è asimmetrico, distogliere. Ha ripreso a camminare. Sembra più tranquillo. Ha già deciso? Ha un lembo della camicia fuori dai pantaloni. Suda. Ma la sua faccia è ordinata. Simmetrica. Che fa? Ecco. Ha puntato la pistola. Tra poco tutto sarà finito. In un modo o nell’altro.


Cya'n Frèscha

giovedì

Vaulx en Velin

Stavo comodamente leggendo una conversazione telefonica tra C. Bukowski e E. Hemingway. Ad un tratto mi chino e inizio a tamburellare con le dita sulla punta delle scarpe. Decido quindi di uscire e di andare a Vaulx en Velin che è il capolinea della metro A.
Non sono mai stato a Vaulx en Velin, tranne una volta in cui ho preso la metro dalla parte sbagliata, ma quando sono sceso -era un pomeriggio con molto sole e molta luce- sono passato subito dalla parte opposta per tornare indietro. La sola cosa che ho pensato quella volta era sono stato anche a Vaulx en Velin, che è il capolinea della metro A, però non c'è niente, ma proprio niente che ti faccia pensare che potresti girarci, a meno che tu non abbia già un posto in cui andare.
Mi vesto ed esco. Charles Bukowsky, che si diceva emulo di Hemingway, mi ha insegnato stasera che quando fai qualcosa, se lo vuoi descrivere, devi mantenere una ritmica. Ad esempio se dico che esco e penso che fa freddo lo devo dire in due frasi staccate. Cioè prima le azioni, poi le descrizioni, oppure viceversa, è uguale. Quello che importa è che le azioni stiano con le azioni e le riflessioni con le riflessioni.Per cui esco e mi incammino verso la fermata della linea A. Analizzandomi scopro di essere uscito anche per prendere il latte e forse dei biscotti perchè sento qualcosa che potrei identificare alla voce fame.
E' un mercoledì sera dopo le nove, fa buio, in genere non si esce, per cui è naturale che qui piova. E' quella pioggia fine di cui non ti accorgi sempre, ma che non smette mai. Passo oltre la prima fermata perchè il negozio che ha aperto fino a tardi è più avanti, ma quando ci arrivo non entro perchè non amo camminare con una borsa di latte in giro a Vaulx en Velin.
Arrivo alla fermata Gratte Ciel. Dentro suona una musica caraibica. Alle sedie più vicine stanno seduti due arabi che chiacchierano. Giro a destra e vedo la serie di panchine di plastica rosse e vuote che seguono la linea del punto di fuga. Fanno contrasto con le mattonelle bianche della parete e il pavimento grigiastro. Mi si chiude lo stomaco, vorrei trovare un modo per far rivivere quelle panchine e lasciare che qualcuno possa sentirle rosse come me, in fila, vuote, silenziose. Non sono capace. Le vorrei dipingere. Le dovrei mettere in un graffito bianco con una striscia obliqua grigio scuro in fondo e delle macchie geometriche rosse che convergono verso la cima di una lettera. Probabilmente non basterebbe. Voglio farlo di più, meglio. Non sono capace di farlo in nessun altro modo, il che vuol dire che non sono capace e basta. Se fossi Davis riuscirei a farle suonare dalla tromba. Picasso le avrebbe dipinte da tre prospettive diverse.
Arriva la metro, salgo e mi siedo di fianco a un ragazzino nero che parla con un altro ragazzino dai capelli bianchi e la carnagione bianchissima che porta gli occhiali e un bastone da cieco. Tiene gli occhi socchiusi, gli tremano le palpebre. Ad un certo punto li apre appena un po' di più e io ci guardo dentro, ma non c'è niente. Sembra che gli si siano mangiati gli occhi, non ci sono, lì dove dovrebbero essere. Sembrano due ferite aperte che hanno appena smesso di sanguinare, pulite da cotone imbibito di disinfettante. Scendono alla fermata successiva. Allora mi concentro sulla nera che mi sta di fronte che siede obliqua appoggiata al finestrino. Sembra che mi emozioni, ma non riesco a pensarne nulla. La sento e basta. La sento perchè nasce dal senso di perfezione statica, i jeans, l'impermeabile panna con le pieghe e i bottoni, la maglietta rosa che si intravede, la pelle nera. Sarebbe perfetta in un quadro, lo spazio del sedile verde acqua orizzontale, lei una diagonale che taglia l'area sulla sinistra, le pieghe del cappotto che emergono.
Nel frattempo anche lei è scesa e non saprei più proporre lo stesso concetto graficamente. L'ho perso. Assenza di tecnica gridano dall'alto. Assenza di tecnica. Hai perso troppo tempo negli anni, l'adolescenza e il seguito, senza imparare la forma; per cui ora tutto si intasa di fronte a un'uscita con una serratura diversa. Probabilmente è così per la maggior parte degli uomini, che trovano un modo per calmarlo nelle donne nel cibo e nello sport. Però è solo un modo per stancarlo, non lo fai veramente uscire da te, non lo restituisci al pari di come ti è arrivato perchè non lo sai come si fa.
Arrivo a Vaulx en Velin. Le palme sono sempre lì, delle palme nella seminterrata della metro, con una grata sopra che le attacca al mondo. Esco. Ci sono le luci arancioni della strada, il cielo ha riguadagnato la maggior parte dello spazio. Non so dov'è il centro, c'è solo una strada e dei campi circondati da delle reti; praticamente attaccati all'uscita passano quattro binari del tramway. Mi incammino verso sinistra insieme a dei bimbi che sembrano zingari e che portano delle borse. Mi chiedono l'elemosina. Gli chiedo dove è il centro. Mi dicono che è verso di là, nella direzione che ho preso e che prendono anche loro. Gli do l'elemosina. Ci incamminiamo insieme. Sono due bimbe che cercano di passare per quattordicenni e un bimbo molto più basso. Mi dicono che sono romeni, che vivono nella casa disabitata, che il fratello maggiore è in prigione e che ha già fatto sei mesi ma che gli resta un anno.
Gli do una mano a portare le borse, ma non penso a quello che dicono perchè la mia testa è impegnata a processare gli spazi. Non c'è niente. Veramente niente. Dei campi al buio, le luci gialle, i binari e i sassi della ferrovia in penombra, una rete di separazione, il marciapiede, noi illuminati sul marciapiede, la strada illuminata più del resto, qualche macchina ogni tanto. Un parcheggio con tre macchine dall'altra parte della strada, circondato da una rete e con un lato limitato da un muro diroccato senza senso, ideale per un graffito. Ce n'è già uno gigante ma insignificante che è come se non ci fosse. Ad un certo punto sulla destra incrociamo una costruzione che sembra un acquedotto, a righe bianche e rosse, con la scritta Vaulx en Velin, attaccato a un capannone abbandonato con sopra delle tag. Camminiamo e il bimbo continua a chiedermi se ho degli altri spicci. Gli dico che mi servono per comprare il latte per domattina, allora è il turno della bimba che sembra più grande poi di quella che sembra più bimba. Continiuiamo a camminare e il bimbo fa un'imitazione dell'inglese che ci fa ridere, poi ad un certo punto mi dice di ridargli la borsa, al che lo accontento. Sono tutte borse piene di vestiti. Se le scambiano tra di loro poi gli dico che sul serio gli do una mano volentieri, allora se le scambiano di nuovo e me ne danno due, ma poi me ne richiedono una e alla fine me ne passano un'altra scambiandola con quella che mi restava. Arriviamo ad un incrocio e il bimbo e la bimba bimba svoltano e salutano me e la bimba grande. Dopo dieci metri lei mi indica dove abita, sono gli uffici abbandonati di una ditta, al di là di una rete sfondata, con un uomo incerto che fuma in un angolo vicino alle erbacce. Le ridò la borsa.
Continuo sulla strada senza sapere dove sia il centro, se ci sia un centro. Dove sono ora sembra l'inizio di una zona industriale soprattutto per le luci giallo-arancio. Entro in uno spiazzio ghiaiato non troppo grande separato dalla strada da dei mucchi di terra. Un posto con bancali di legno sfondati e imballi di cartone buttati tra le pozzanghere, un paio di jeans bagnati accartocciati. Lì vicino una ditta illuminata da fari bianchi. Passa un tramway. Il piovigginare copre i rumori, sono in un bolo di silenzio. Nessuno in giro, nessuna videocamera, nessuno interessato a seguire i movimenti di una persona che gira a vuoto in questo posto. Dovrebbe comunicarmi qualcosa. Continuo a sentirlo peggio delle altre volte, non posso focalizzarlo. E' un'esperienza inutile accumulabile sopra tante simili tra loro. Mi piacciono i posti che fanno schifo, ma questo forse l'ho già visto.
Da un angolo remoto l'eventualità di perdere l'ultima metro continua a riemergere allo stato cosciente. Si somma al ricordo del progetto di andare a dormire presto per studiare domattina. Se il negozio chiude ancora più tardi c'è il caso che tra poco mangi un pacco intero di biscotti, poi starò senz'altro meglio. Mi giro e torno alla fermata.

Isdcb/9137

Demodè

-Credo sarebbe molto triste fare delle domande dirette.
-Demodè.
-Già.
-Però vuoi dirmi qualcosa, e ci sono aspetti che non capisci del nostro rapporto.
-Dopo cinquant’anni sarebbe un eufemismo.
-Gli eufemismi sono demodè.
-Ci crederesti se ti dicessi che ho scelto di intitolare il nostro dialogo “incomprensioni”?
-Non lo farai.
-Hai sempre la meglio tu.
-Ma da quando metti i titoli ai nostri incontri?
-Dalla prima volta che ti amo.
-Sei proprio un barbiere.
-Il lavoro è il lavoro.
-C’è qualcosa di malsano nel fare il barbiere. Tu giochi con le forme degli altri e non ne cogli i frutti.
-È un po’ il senso del lavoro.
-E la nostra conversazione dove la metterai?
-Domani devo pettinare una modella. Inserirò il nastro per intrattenerla.
-Si annoierà.
-È esattamente il mio obbiettivo. Dopodichè diventerà docile.
-Che pervertito.
-Perché ridi tesoro? In fondo dovresti saperlo.
-Lo so.
-Che sono un pervertito.
-È per questo che ti amo.
-Da tanto non te lo sentivo dire.
-Amare è demodè.
-Certo.
-Ho un immagine da preservare.
-Tutti ce l’hanno.
-Sai, c’è una cosa che odio nell’ambiente accademico: il nozionismo.
-Non capisco il nesso.
-Gli accademici che insegnano il culto delle nozioni sono stucchevoli, decisamente demodè.
-Quindi?
-Ma d’altro canto detesto ancora di più… tu lo sai chi.
-Chi?
-Gli accademici che insegnano ai ragazzi a pensare, a fare a meno delle nozioni, ad essere creativi.
-Non ti capisco.
-Non tutti ne sono in grado. Spingendo a pensare chi non saprà mai farlo si finisce col contribuire alla genesi di perfetti idioti.
-È un po’ il senso dell’accademia.
-Amo la tua semplicità, tesoro.
-E mi permetterai di porti, finalmente, una domanda diretta?
-D’accordo. Avanti. Qual è il problema?
-L’ho dimenticato.
-Oh, dimenticare è terribilmente demodè.
-È un po’ il senso dei ricordi.
-Cosa?
-Essere dimenticati.
-La fai troppo semplice.
-È un po’ il senso del dialogo.
-Già. Parlare è così demodè.
-Come vuoi tu.

Alfonso D’Este

lunedì

EH16

Lo sente anche lei. Mi chiedo proprio se riesce a sentirlo. Deve sapere che ci sono alcuni giorni in cui respirare diventa faticoso, come se l'aria si facesse in pochi istanti calda, bruciando i polmoni, bruciandoti dentro. Il resto del tempo si viene distratti, ma ogni tanto si attraversa uno spazio di tempo sterile ed asettico, in cui la sensazione della sua presenza appare nel silenzio circostante, banale nella sua purezza, quasi non si fosse fatto altro che camminarci sopra sino a quell'istante, appoggiandoci le suole sporche un passo dopo l'altro. Che poi, come forse saprà, è quello che realmente accade. Calpestiamo, ignoranti, tanto per lasciarci dietro una scia. Ad ogni modo forse è il caso di presentarsi. Signor Ipotetico, è un piacere. Strane coincidenze, non trova, entrambi ad un punto della notte fermi nel nulla ad aspettare. Pensarci sopra non porterebbe da nessuna parte, ma è una di quelle cose che riuscirebbero ad incantare la mente per un pò. Vuole assaggiare uno di questi biscotti fatti in casa, sono squisiti. L'aspetto che più mi rilassa del mangiare i biscotti è infilare la mano nel sacchetto di cartone e vederla sparire, appena prima di tornare su insieme al suo biscotto. Si potrebbe dire che arrivato a quel punto lo mangi solo per permettere alla mano di sparire di nuovo. Se ne volesse uno, non faccia complimenti. Tanto tempo da aspettare ne abbiamo fino alla fine, perciò, si serva pure. Tornando a quello che le dicevo prima, parlando francamente, credo di esserci rimasto chiuso in uno di quegli spazi. Non posso ne tornare indietro, ne andare avanti. Sono semplicemente intrappolato in quella sensazione. Per questo motivo mi chiedevo se la sentiva anche lei. Magari potrebbe darmi una mano, magari a lei o a qualcuno che conosce è già capitato. Sarebbe un vero sollievo, mi creda. Non è facile resistere. A dire la verità è un qualcosa di opprimente. Chissà, se non fosse per questi biscotti forse avrei preso sul serio in considerazione di togliermi la vita. Forse sarebbe sufficiente immaginare di infilare la mano nel sacchetto e così tirarne fuori una pistola lucida, metterla in bocca e lasciarle fare il suo mestiere. Con il resto dei biscotti che cadrebbe, e le sue briciole che alcuni attimi resterebbero nell'aria di questo vuoto.

sabato

The art oggi

Le insicurezze e le indecisioni rule the world
Non sappiamo quale sarà his own future.
Aspettiamo che questo venga deciso dagli spontaneous
aggregation processes.
O peggio ci aspettiamo something by technology.

From these sentences I deduco che l'arte ha smesso di essere
strumento d'indirizzo.

It' s only an instrument di resa alla prepotenza del reale.

Now, what's the art? It' something that I can't define perchè con l'Arte non c'entra.

Jaco & The violento

martedì

extc1

Era accaduto quando stava ancora con Mark Robertson, il ragazzo che aveva conosciuto al Kentuky Café.
A cena con la compagnia di Mark, domenica sera d’estate, in un posto in cui lei dopo non era più tornata perché la luce era troppo forte nelle sale.
“Allora ti racconto cosa è successo a noi domenica scorsa” aveva detto lui.
Si era accorta di avere portato con sé la sensazione dal momento in cui Clara le aveva telefonato per invitarli alla cena.
La certezza inespressa che lui avrebbe raccontato agli altri.
Probabilmente usando le stesse parole che aveva impiegato per esercitarsi su lei durante il viaggio di ritorno.
Aveva immaginato anche di sapere come avrebbe iniziato: partire da un pretesto inesistente nel borbottio generale rivolgersi a qualcuno vicino a lui sperare che gli altri lo avrebbero seguito.
“... più o meno dove avevamo trovato quel posto per pescare”
Stava chino verso Theo. Aveva spostato lo sguardo lento su Alfred e Clara e aveva ripreso fluido la sua posizione naturale. Tutto senza smettere di parlare.
“... una strada sterrata larga che la taglia fino in fondo. Se la fai tutta arrivi sulla strada che porta a Fokspitts”
“Ah, ho capito” aveva risposto Alfred. Facendo sì con la testa e dimostrando l’aria intelligente che stringe gli occhi tra zigomi e sopracciglia.
Tutti lo stavano ascoltando.
Mark aveva approfittato dell’interruzione per portare il pollice alla bocca, mordere nervosamente unghia con due contrazioni istantanee mascellari e scambiare con Alfred uno sguardo sottecchi. Come per tastare la sincerità dell’amico.
Aveva abbassato la mano sulla tavola e aveva scivolato indice sull’unghia.
“ Niente, ad un certo punto vediamo sulla destra poco più avanti di noi una macchina che sembrava uscita da uno di quei film di Ritorno al Futuro, tutta impolverata. Stava piantata in mezzo a una conca -di quelle che è chiaro che le devi evitare per non grattare sotto- ma il tipo dentro continuava a dare di gas. Ti dico solo che c’era già odore di bruciato. Erano sprofondati nella sabbia con tutte e due le ruote davanti e il tipo continuava a dare di gas. Non lo so, se avesse avuto una Q7 forse avrei potuto crederci, ma quella macchina avrà avuto almeno trent’anni. E per di più era una famigliare. Da noi arrivano delle macchine del genere e il primo consiglio che gli diamo, a chi le porta, è che farebbero prima a comprarne una nuova, che con gli incentivi e tutto il resto spenderebbero la metà di quello che spendono per sistemarle. Magari per ridargli tre mesi di vita. I ragazzi giù in officina me lo raccontano, gli dicono di venire a parlare con me o con Tom, glielo dicono ancora prima di aprirle, ma questi tipi ci sembrano affezionati. Dico, se ci sei affezionato va bene, ma non puoi andare a farci le gite e sperare che ti vada sempre tutto così bene. Infatti poi si vede. Comunque ho pensato che magari potevano avere bisogno e mi sono fermato per andare a vedere. Anche se lei non voleva”.
L’aveva indicata, inclinando testa sulla spalla, ma senza guardarla.
Si era sentita in gioco.
Era successo mentre stava decifrando rumore di conversazioni sovrapposte, nella sala con troppa luce, con troppe persone lasciate andare in onda di parole senza senso.
Amash Que Wou Sii Alan Most
Sapeva che gli altri continuavano a estrarle giudizi.
Era in silenzio poteva restarci ancora un attimo.
Aveva abbassato le palpebre, si era raddrizzata un poco e gli aveva sorriso.
Poi aveva detto qualcosa tipo “Ma scusa eh! E tu cosa vuoi da me?”
Con un fare civettuolo.
Mark, che sembrava più attivo, aveva sorriso e alzato le mani per proteggersi il petto dicendo “ Noo, no, niente, anzi, avremmo fatto meglio a lasciarli cosi com’erano. Dicevo appunto che avevi ragione tu. Che hai sempre ragione tu” e si era chinato per darle un bacio.
Lei si era accorta nel riceverlo che Alfred si era girato verso destra e che aveva perso uno sguardo inconscio verso le gambe della fidanzata di Theo prima di raggiungere Clara con un sorriso.
Gli altri nel frattempo sembravano essersi rilassati sulle loro sedie.
“No. La verità è che volevo fare affari anche di domenica” aveva poi aggiunto Mark, rivolto di nuovo agli altri.
Nel riprendere il racconto le aveva allungato una mano dietro la schiena e l’aveva appoggiata sul suo braccio nudo, facendo pressione con le dita per qualche secondo.
Lei aveva sentito sulla pelle dita umide, le unghie mangiate, spezzate avrebbero sfregato forse il braccio.
Le dispiaceva farci caso.
Poi aveva pensato che la stretta fosse il suo modo di sostenerla.
Un tizio due tavoli più in là stava fallendo nel dissimulare un attacco di tosse attraverso tanti colpi ritmati secchi, come se si stesse schiarendo la gola.
A ripetizione.
Lo trovava estremamente irritante.
Avrebbe voluto che qualcuno, forse il cameriere, intervenisse per sbatterlo fuori.


A guy from Brixtol

Accident

"Mi piacerebbe molto vedere se F. avrebbe il coraggio di essere coerente"

Laureandis Tribute
(per uscire da un discorso sui rapporti fra gli individui)

Queste cose non mi riguardano;
ho già dichiarato più volte che io odio le persone.

Marin Faliero

domenica

(a chi mi accusa di essere privo di prospettiva)

La prospettiva è solo per coloro che guardano al futuro;
io guardo al passato.

Marin Faliero

mercoledì

Le probabilità che qualcosa accada
sono inversametne proporzionali alla sua desiderabilità.

Marin Faliero

venerdì

Se le cose sembrano andar meglio
c'è qualcosa di cui non stiamo tenendo conto.

Marin Faliero

martedì

Lime in the cookies

-Metti il lime nei biscotti.
-Il lime nei biscotti?
Venerdì mattina ponte festivo d’autunno scuole supermercati chiusi luce diffusa in cucina.
Al centro della cucina si allunga un piano su cui Jeffrey e Malcolm stanno preparando la colazione.
Entrambi ancora vestiti con il pigiama autunnale profumato di bucato.
Jeffrey si passa una mano nei capelli neri e annodati, si stropiccia l’occhio destro e guarda il fratello che sta giocherellando con la sua tazza.
- Quella è la mia tazza. Allora ce lo metti il lime nei biscotti?
- Lo so che è la tua tazza.
Sopra al pigiama Malcolm porta un maglione di cotone a maglie larghe color grigio scuro che sembra molto morbido, di almeno due taglie più grande. Sta seduto su uno sgabello di metallo alto con l’imbottitura bordeaux, lo sguardo fisso sulla tazza della sorella.
- Malcolm, il lime.
- Non so dov’è.
Fa girare la tazza con una mano, passa qualche secondo
- Vuoi davvero mettere il lime sui biscotti?
- Malcolm stai mentendo lo sai dov’è il lime.
- Non mi piace il lime perché vuoi mettere il lime sui biscotti
- Non SUI biscotti, NEI biscotti.
- Perché cosa cambia?
- Non lo so, qualcosa credo.
Parlando, Jeffrey si è lasciata incantare dalle dita del fratello che corrono sulla sua tazza. La guarda fare un giro, due giri, si dimentica di cosa stava dicendo. Si scuote, perplessa di come il fratello sia ebete.
- Malcolm!
- Cosa?
- è un testo di una canzone, dice di mettere del lime nei biscotti.
- Ah.
Lascia che la tazza finisca di girare facendo il bordo con le mani. Alza la testa e guarda la sorella solo con l’occhio sinistro socchiuso. Poi china la testa, si sfrega il palmo della mano sinistra contro l’occhio, la fa scendere stirandosi la guancia e infine la nasconde al caldo tra il sedere e l’imbottitura bordeaux dello sgabello. Si mette a fissare il bordo della tavola.
- E’ quella canzone che ascoltavate ieri tu e la mamma?
Alza la testa senza muovere il collo, ma apre tutti e due gli occhi il minimo indispensabile per vedere la reazione della sorella.
- Jeffrey, non dice lime in the cookies, ma lime in the coconut.
- Non è vero stai mentendo.
Jeffrey si spinge avanti sul bordo del suo sgabello, allunga i gomiti sul tavolo con le mani unite e si china verso la sua tazza tenendo gli occhi fissi in quelli di Malcolm.
- Non sto mentendo,l’avrò sentita almeno dieci volte in macchina con i genitori di Pat. E’ anche il titolo della canzone.
- Pat?
- Jeffrey!?
- Cosa?
- Coconut, cosa!?
- Sei maligno Malcolm.
- Parla di una donna che beve il lime da una noce di cocco, ma che poi ha bisogno di un dottore perché ha avuto una congestione o qualcosa del genere e alla fine dice a suo marito di svegliarla al mattino, ma visto che non si fida di lui inizia a strillare “un dottore un dottore” e tutte le persone che la sentono si chiedono cosa le sarà successo. Allora inizia a spargersi la voce che questa donna ha messo del lime in una noce di cocco.
Silenzio passa qualche secondo
- E’ solo perché tu sei al secondo anno di inglese che riesci a capire meglio queste cose, solo per questo.
- Certo, l’anno prossimo anche tu.
Senza smettere di fissarlo Jeffrey inclina la testa dalla parte della spalla sinistra, ma non dice niente.
- Perché mi guardi come un fenomeno della natura?
- E non ti ha fatto venire voglia di provarci?
Malcolm sposta lo sguardo sul pentolino del latte, si spinge indietro puntando i piedi contro il tavolo, toglie la mano sinistra dal suo rifugio e prende la tazza della sorella. Poi scende dallo sgabello con un salto.
- Sono uscito dall’infanzia Jeffrey.
Lei tira indietro le mani, si risolleva e inarca la schiena distendendo le spalle. Inizia un esercizio di retroversione addominale trattenendo il respiro per dieci secondi durante i quali fissa l’imbottitura della sedia di Malcolm riprendere la propria forma normale. Prova un attimo di disgusto nel percepire il peso fisico di suo fratello. Forse anche per mancanza di ossigeno. Sbuffa fuori l’aria e si gira per osservarlo alle prese col pentolino del latte.
- Dovresti smetterla di farmi pesare che sei nato un anno prima di me Malcolm.
- Un anno e cinque giorni
- Ti stai versando il latte nella mia tazza
- Sono stanco di vedermi trottolare dentro all’abisso.
- Cosa stai dicendo
- Non lo so, era una frase scritta nel bagno dell’autogrill.
- Sembra forte
- Già. E’ comodo far impressione sugli altri.
Venerdì mattina ponte festivo d’autunno scuole supermercati chiusi luce diffusa in cucina. Al centro della cucina Malcolm ha iniziato a fare colazione.

Rh+

venerdì

Linea Spark

Sieronegativo,nella mia vita sono stato lontano da pere e ricchioni.
Ce ne era uno,mi chiamava spesso.Diceva di volermi.Una notte mi chiamò era ubriaco,io già dormivo:
-Vengo da te..
-Vai a letto checca.
-Dai solo un assaggino,per farove!
-Sei morto bastardo non farti piu sentire,o....cazzo ti ammazzo.
Un mese dopo,squillò il telefono.Guardai la sveglia..
-Chi cazzo è-sussurrai-Pronto?
Voce da uomo:-Vengo da te..
-No vengo io da te!Esclamai.
-Sul serio???
-Certo,porto un mio amico,dice di chiamarsi Arnold.
-Lo sapevo,sei un maialone,ho occhio per queste cose!Disse.
-Allora arriviamo.
-Vi aspetto...mmm...
Il fatto che il mio amico Arnold arrecasse sul fianco la scritta Desert Eagle 5.0 mi era sfuggito.
3kg di peso,impugnatura antiscivolo,bilanciatura perfetta,lucido e carico...come sempre.
Diedi un sorso a qualcosa e schizzai in macchina.
Non chiamateli "raptus di follia" quando si uccide apparentemente senza motivo: c'è SEMPRE un motivo.

Roy Keane

martedì

-Mio zio ha violato la mia verginità anale con una bottiglia d'acqua.
-Spero fosse da mezzo litro.

giovedì

Fly silk e pil

La lotta con le zanzare è impari, ne schiacci una e ne spunta fuori un'altra, la stessa di prima, reincarnata, nessuna della sua famiglia è in lutto, e poi non ha famiglia, lei, ma solo il tuo sangue da succhiare.
Battaglia dopo battaglia.
Splat, presa, fanculo, l'intonaco del muro mostra la refurtiva: poltiglia di mosquito, e sangue mio.

Rum

mercoledì

Capitolo 1 "Oggi,la situazione"


Il lettore vorrà concedermi di fornire solo poche notizie chiare e precise su questo periodo della vita di Ermete(nome di pura fantasia).
Non è che le notizie non arriveranno,al contrario;ma forse ciò che egli vide a maggio dell'anno scorso è troppo nero per le tinte moderate che abbiamo cercato di conservare a queste pagine.
Beatrice,nome di fantasia attribuito dallo scrittore a LEI,
apparve a maggio.
La sua fisionomia sarebbe bastata da sola, a ispiragli una gioia eterna.
Era uno strano miscuglio di inquietudine e delusione.
Ermete otteneva scarsi risultati nei tentativi di rendere ipocriti i suoi gesti:egli cadde in momenti di disgusto e perfino di profondo scoraggiamento.
Non aveva successo.

Ermete Trismegisto

martedì

Ti ammazzo

Roberto dit :
io cmq continuo a scrivere in flusso di coscienza
Roberto dit :
cosa vuoi?
Roberto dit :
chi 6?
Roberto dit :
dove vai?
Roberto dit :
xké?
Roberto dit :
domande di cui non conosco la risposta
Roberto dit :
316
Roberto dit :
A milano
Roberto dit :
bianco e blu
Roberto dit :
risposte di cui non conosco la domanda
Roberto dit :
adesso devo andare a fare la doccia quindi sarebbe bello se rispondessi in un tempo ragionevole
Roberto dit :
ma so che non accadrà
Roberto dit :
cmq è un po' che non mi faccio la barba e mia madre si preoccupa e poi parla dei ponti di calatrava
Roberto dit :
che a me e mio padre non ce ne fraga niente
Roberto dit :
è stato un piacere parlare con me
Roberto dit :
ci sentiamo
Roberto dit :
accarezzo un po la tastiera
Roberto dit :
bye bye
Roberto dit :
se scrivo cosi non compare nessuna stupida animoticon

Marin Faliero

sabato

Eyeliner

L’elefante bianco più trippone di Monaco degusta la sua ignoranza ignorandola. Lei, la sorella-troia è quella della famiglia che spicca per moralità. Dei tre. Il terzo è schiattato a quindic’anni accoltellato dalle radiazioni di un bambino di Cernobil. Non sapeva neanche come si scriveva Cernobil e gli ha detto russo di merda – questo qui c’aveva perso i genitori e ha dato di matto. Dei due, adesso, lei ha un po’ di senso di colpa per la vecchia. Le hanno tolto il guscio, alla tartaruga, facendola morta prima del tempo. Non sono gesti che lasciano l’anima asciutta e il fiato leggero. A meno che tu non sia un trippone alcolista che ha seppellito il cervello al posto del cuore. E il cuore se lo è fatto perché non riusciva a trovare niente di meglio. Dirk, per la precisione. Si chiama Dirk l’elefante di Monaco di Baviera. “Me ne fotto” dice alla sorella. Lei attacca a lavorare alle dieci e non si toglie i sudici fili dell’I-pod dalle orecchie rosse e sudate. Ascolta Love dei Cult e gli fa schifo. Calcola con cinismo che parlare con lui (o anche ascoltare i Cult) è un impiego del tempo meno utile che farsi chiavare dai vecchi. “Ma vuole tornare a casa.” Butta lì. “La morta?” domanda lui, preparandosi una striscia che giustificherà finalmente la presenza di una proboscide infilata in mezzo agli occhi. “Senti – aggiunge – è come se Napoleone bussasse alla porta di Chirrrrac.” Poi aggiusta la neve sullo specchio. Love. The Cult. Chinati. Te li ascolti i Warsaw? Non è che se li ascolti devi essere dark. Ma tutti i dark ascoltano i Warsaw. Non mi convince sta storia gli ho detto. Il chiodo nero ieri diceva così mentre lo guardavo fisso nelle costole. Non posso mettermi l’eyeliner spesso e nero se non ascolto i Warsaw. Ho un amico che li ascolta e si veste da freakettone, gli ho risposto mentendo con la mezza bocca vuota. Ma non è questo il punto, ha detto mentre godeva schifidamente. Non è una proprietà transitiva. E neanche l’essere una troia ti permette di fare la dark se non ascolti i Warsaw. Love. The Cult. È l’unico disco un po’ così che ho nell’ai-pod. Mi ha fatto sentire una bambina. Cos’è che sta dicendo sto coglione? Ah, politica. “Comunque c’è Sarkozzzi. Non Chirrrac. Trippone disinformato.” Gli risponde. Non ha più voglia di parlare con lui. Deve andare a edificarsi come quei mostri edilizi una cultura musicale per potersi vestire come le pare e stendere il bucato dell’eyeliner in libertà. Dirk aspira forte con quella proboscide. “È come se Napoleone resuscitasse e pretendesse di vivere i suoi ultimi giorni nell’impero francese. – sbraita – L’impero francese non esiste più. E a me non me ne sbatte un cazzo della vecchia. Lasciamola là a morire e a resussscitare tutte le volte che può.”
“Potevi aspettare a venderle la baracca per comprarti quel camion del cazzo.” Prova a farlo sentire in colpa. Niente. Nessuna risposta. Guarda le lancette nere saltellare avanti come un bambino alla corsa nei sacchi del catechismo. Quella più cicciona e lenta è la più inquietante. Allora che fa, Eyeliner-Evelyn? Butta il numero del ricovero nel sacco del rusco e va a rifarsi chiavare.


Mr.Hac

martedì

Kark Mode

Kark Mode si stappa una Moretti del cazzo che è depresso.
Va giù come la vocina coscienziosa dell’orologio che sembra ricordarglielo –ore su giorno –ore su settimana –ore su mese –ore su qualche unità di inutile misura inglese
Dipende assolutamente da quante ore dedichi al giorno. Da quanti secondi su minuto. Non sono quisquiglie, Kark Mode lo sa, lo intende con esattezza, e ciò lo fa ancora più incazzare.

Chissà se Steven Bent ci crede davvero, o lo sta soltanto prendendo in giro. Potrebbe essere, del resto non sta scritto da nessuna parte che lui, Kark Mode coglione qualunque nato in un luogo periferico bevitore ironico di Moretti ironiche, proprio lui sia così naturale e fedifrago nei confronti del concetto di rapporto –ore su vita. Non sta scritto da nessuna parte, Kark.
Eppure la gente si fa fregare e ci crede, che a lui importi veramente e stia facendo del suo meglio. O soltanto glielo fa sembrare, che ci crede. E invece l’ha capito, a Kark Mode, che è solo uno svogliato del cazzo. Ciò sarebbe un dannato problema, pensa riflesso nel vetro della Moretti. Ancora peggio che se chiudessero gli spacci di roba usata lercia e piena di fichissime tarme.

Numero verde. 800-1859.00 Dall’altra parte ci potrebbe essere una ragazzina che si innamorerebbe di lui, o di Steven Bent, o di Tyler Quine, o di tutti gli altri falliti che popolano l’universo delle poste italiane del cazzo. Lui è la mente, Kark Mode, La Mente. È così che dovrebbero chiamarlo. La Mente. Perché oltre ad avere idee per tutti è capace anche di mentire, e di fare giochetti linguistici di uno che ha studiato e sta sprecando il suo tempo a truffare gente già truffata dal tempo. Non ha alcun senso che le birre Moretti abbiano un numero verde. 800-1859.00 -chiamare una centralinista e dirgli che sei depresso, sei Kark Mode, sei La Mente.
Hai un talento eccezionale che marcisce su un accampamento pilota sulla luna del passato perché ti accontenti di dedicare un ora ogni giorno –per non scoprire che sono tutte cazzate. Kark Mode potrebbe gestire una nazione, La Mente, come gestisce il buio e i soldi vecchi di un ufficio postale e i suoi ministri falliti –cazzate.

Tutte le novità positive nascoste dietro agli angoli –sembra che siamo finiti in un mondo tondo, senza angoli di merda da cui spunta, che ne so, una bella bambina da pensare: quando sarà grande e io sarò vecchio e sposato, lei sarà la mia amante. Kark Mode, il geniale eroe di una banda di postini, con una moglie bella e innamorata, un appartamento in affitto in periferia e un’amante di 12 anni. E una Moretti di merda finita.

Adesso Kark Mode deve andare, ne stapperà un’altra in macchina che è depresso. Dicono sia bravo a parlare con i vecchi e ad accompagnarli allo sportello, dove Steven Bent, da dietro il vetro, gli fa credere ogni volta che lo adora, per la sua faccia tosta che studierai tutto il giorno per essere così naturale, e poi Tyler Quine incassa e divide –ore diviso giorni –minuti diviso ore –secondi diviso minuti.
Provate a farlo mentre eclissate dimenticati affanculo. È sempre uno zero virgola.
Mr. Tan-Min

domenica

Due ragni qualunque

Eravamo io e quest’uomo
in Arizona
durante l’ondata di caldo dell’estate 1974,
l’estate in cui tutte le piscine nello State erano state vuotate,
più o meno come la nostra fiducia nell’uomo
l’uomo che spiava sapendo che lo stavano facendo con lui.
In Arizona.

Mi stava raccontando i suoi perché
E avevo orecchie roventi
quando paura e delirio,
Paura e Delirio,
si presentano come Scorpione e Linea Rossa
sul mio sentiero Apache.

Mi stava giusto dicendo come,
quando ecco il sole
sorgere di nuovo.
Yahaaahh maaaaan!
Yahoooo Red Light
Red Light maaaaan!

Fu questo ciò che dissi
perché era questo ciò che vedevo.
In Arizona, man.
Estate 1974.

Erano paura e delirio,
Paura e Delirio,
a presentarsi da quelle parti
non due ragni qualunque,
presenze floreali,
o il nostro Signore.
Yehaaaahh maaaaan!
Come on with me!

Eravamo quest’uomo sudato ed io
a parlare dei nostri affari,
di come il mio lavoro completasse il suo.
E=mc² dissi
all’uomo grondante di sudore
che non si era tolto la camicia

Lontano dal sentiero Apache
le piscine traboccavano di orecchie roventi
E Scorpione e Red Line ne bruciavano altre
sapendo che noi stavamo facendo lo stesso.



Maurice Schorr

Pesci Rossi

Ecco, sarebbe come se ci mettessimo a discutere sui romeni che suonano per le strade.
Dico, R-O-M-E-N-I, rom, zingari, accattoni, stracciopopolo, vainvacanza. Ma non su quelli dei portici di Bologna bensì di via Montessori. Con pantaloni cammello che chiedono l'elemosina a chiare sillabe, marciando a zigzag con tipico fare fraudolento. Mi da moneta signore per mangiare grazie signore buona domenica.
Dai vai a dargli qualcosa che si è fermato qui davanti. Vuoi un panino ho dell'acqua. Una cintura ce l'hai? si. no. non dargli quella che dopo con cosa ti metti i pantaloni marroni? Dai cazzo fila via mi guardano tutti.
Sentite non ne ho voglia. Non si può parlare di queste cose che dopo mi viene giù perciò mi spiegherò in un altro modo. Terapeutico. Miei cari signori. Voialtri dovreste smetterla di guardarmi così.
Tipo:
A.
B.
C.
In definitiva esistono tre tipi di persone. Gli artisti i mediatori e gli operai.
Il modello artista è self oriented
Il modello mediatore è both oriented
Il modello operaio è dis oriented
Tanto per fare un esempio nel caso dei pantaloni cammello osserviamo un approccio artistico al Problema Comune (d'ora in poi PC). La fame.
Quando andavo a caccia di Tucani nel Borneo, con il mio buffissimo cappello di Antilope, ero solito guardare a pieni polmoni lo strano modo di riprodursi dei selvaggi Mao Mao. Il maschio si trova allineato con gli altri secondo una scala crescente, nell'apertura . Dal più basso al più alto. E' da notare che presso i selvaggi Mao Mao la stazza fisica non conta, l'altezza è l'unica discriminante. Dunque tutti i giovani della stessa età si ritrovano nel Grande Giorno della Riproduzione (d'ora in poi GGR) allineati come detto sopra. Quelli che hanno la stessa altezza si dispongono l'uno dietro l'altro, in ordine di arrivo, tipo Riserve. Le donne sono allineate di fronte secondo lo stesso principio. Ma ormai non conta più, immaginatevi che siano dei pesci rossi.
Dei pesci rossi in un acquario 20x30x40 con fondo ghiaiato e una piantina che ossigena l'acqua. I pesciolini non hanno di che mangiare perciò muoiono. Se ci fosse una mano divina a dispensare cibo, il giochino sarebbe perfetto. Il pesce X mangia, caca, muore il che (ultimi due passaggi) mantiene vivo l'ecosistema: concimando la piantina si ricarica l'acqua di ossigeno e l'universo 20x30x40 si prende gioco di noialtri dall'altezza dei suoi 0.024 metri cubi di infinito. Ma quella mano divina non esiste.
E questo i Mao Mao lo sanno benissimo.
Perciò nascono i tre tipi di individui a contendersi la soglia attraverso le loro tre caratteristiche armi, ossia rispettivamente la fuga, la logica e il numero. Ma questo è un altro discorso.

Rasper Puck

martedì

egocentrismo

Non ti sono sembrati sufficienti 4 anni per farmi scontare i miei errori?

Marin Faliero

lunedì

Doctors in R.E.

Lollo Pastafrollo: “Cosa vado a comprare?”
Frattura Plot: “Gnocco”
[N.d.A. nel reggiano la variazione linguistica gnocco sta a indicare l’alimento meglio noto nel resto del territorio italico col nome di focaccia]
Sourmash: “Invita la tipa del supermercato a mangiare le crepes!”
Lollo Pastafrollo: “Facciamo così, (pausa) vi porto a casa gnocco e gnocca (ride)”
[N.d.A. nel reggiano la variazione linguistica gnocca sta a indicare l’alimento meglio noto nel resto del territorio italico col nome di vagina]
Sourmash (prestando -poca- attenzione al telefono che squilla): “Oh mi sta chiamando il violento (esce)”
Lollo Pastafrollo: “Io vado. Voi però mettete a posto tutto eh. Che se vengono delle ragazze non possono vedere questo schifo di disordine. Cazzo tu Emu butti tutte le cose lì (guardandosi intorno) non hai rispetto (pausa) per te stesso.”
Frattura Plot: “Ma daaaai. Le montanare sono delle grezzone. Entreranno qui e si metteranno a ruttare e scoreggiare chiedendo dov’è la birra.”
Secco Jones: “E noi ce l’abbiamo la birra?”
Lollo Pastafrollo: “C’è solo il barile da 5 litri ma io non lo aprirei. Andiamo a casa domani. Non lo finiamo (esce).”
Secco Jones: “Io lo aprirei (ride)”
Kid-A: “Secondo me alle tipe interessa più la birra dell’ordine. (pausa) Ma un altra cosa gli interessa più di tutto (ride)”
Sourmash: “OHHH. (rientrando) Il violento e Marin Faliero si sono laureati!”
Coro: “Bravi bravi. Dottori. Ehhh. Sfigaaaaaati. Ahhh.”

Alla sera. Dopo che hanno riordinato grossolanamente, apparecchiato sul balcone e preparato tutto per le crepes.

Secco Jones: “A che ora arrivano le tipe?”
Kid-A: “Alle ottoemmezza. Le aspettiamo a mangiare gli spaghetti aglio e olio?”
Secco Jones: “Si freddano”
Kid-A: “Va bè mangiamo. (guardando Frattura Plot) Oh ma togli quei piedi pieni di calli dalla tavola. (pausa) Cazzo se siamo maleducati.”
Secco Jones: “Magari le due amiche sono anche carine e noi siamo qua che puzziamo d’aglio.”
Kid-A: “Meglio se sono carine che ce le trombiamo tutta la sera”
Frattura Plot: “Le montanare sono facili.”
Kid-A: “Che troie. (guardandosi intorno) Bè, noi non diamo un gran esempio di cittadini.”
Frattura Plot: “(a Sourmash) Il nostro fallimento come uomini presto sarà condiviso da altre persone”
Sourmash: “Il problema è che non lo possiamo mascherare e sai perché? Perché viviamo in una società capitalistica avanzata.”
Lollo Pastafrollo: “AHHHHHHHHHHHHH. (entrando) Le tipe non vengono. Spegnete quella musica che sono nervoso”

Testimonianza di Frattura Plot